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XX – Amazzonia, quale futuro?

Nel 2012 il governo peruviano ha aderito alla Convenzione internazionale per la tutela dei diritti dei popoli indigeni. In particolare, gli articoli 26 e 27 della Convenzione stabiliscono che tutto il territorio dove vivono gli Indios, la selva e le sue acque appartengono loro di diritto. Ma nulla è detto riguardo al sottosuolo.

Questo cavillo consente alla “Pacific Rubiales”, con il beneplacito del governo peruviano, di rivendicare ancora oggi la licenza per le sue esplorazioni petrolifere nel territorio Matsés, in barba al tenore della Convenzione e alle esigenze vitali degli indio.

Il governo peruviano parla con le parole dell’ambiguità. Da una parte ha aderito alla Convenzione, dall’altra invita le compagnie straniere del petrolio nel nostro territorio”, dice Sabino, figlio di Roberto, capo della comunità di Buen Perù. E continua: “In altre zone ben custodite dell’interno, difese da mercenari, ci sono coltivazioni abusive di palme da olio sotto cui viene coltivata la coca. Dov’è il governo peruviano? I nostri antenati ci hanno sempre detto che sono gli stranieri a dare inizio ai conflitti. Ma oggi siamo più uniti e determinati a lottare e resistere contro la prepotenza delle compagnie che agiscono solamente seguendo i canoni del profitto, non considerando in alcun modo le nostre esigenze”.

Hector mi conferma tutto ciò, ma aggiunge che se finora non si sono ancora avviate le estrazioni petrolifere, molto probabilmente è per via dei costi troppo alti. Iquitos è troppo lontana e i fiumi qui non sono navigabili per grosse imbarcazioni. Dovrebbero aprire una strada, allora, ma i tempi sono ancora lunghi…

Io mi soffermo sui particolari della devastazione, ma esistono ben altri pericoli che sfuggono all’attenzione, di cui ignoriamo le dinamiche internazionali e di cui, nostro malgrado, siamo tutti inconsapevoli complici. Perché usiamo petrolio, perché utilizziamo legname pregiato, perché impieghiamo oro, diamanti, rame; perché il nostro sistema di economia globale è un mostro onnivoro che divora gli ultimi popoli sovrani, le energie e le risorse della Terra per restituirci una pianeta sempre più fragile e impoverito in cambio di confort e agiatezza effimera.

Quel futuro allora? Che fare?

Segni sempre più inequivocabili di una Natura insofferente alla nostra presenza così invasiva e ingombrante dovrebbero indurci a riflettere seriamente sul da farsi; abbiamo solo questo pianeta e nient’altro! La pandemia che ci affligge in questo lungo periodo, con tutto il suo carico di incertezze sul futuro, ci ha palesato che dovunque l’Uomo arretra e si ritira in spazi più ristretti, conducendo una vita più remissiva e castigata, la Natura riprende il suo corso, si riappropria dei territori, presto invadendo gli ambienti che l’Uomo le aveva sottratto. I cieli sono più puliti, lo smog delle grandi città è drasticamente calato, il petrolio è così sovrabbondante che le compagnie debbono ridurne l’estrazione.

Ma tutto questo per noi significa disoccupazione, sofferenza, povertà, miseria.

È chiaro che noi tutti dovremmo rinunciare a qualcosa per evitare la rovina di tutti. Perché la Natura ha gli anticorpi per espellerci comunque. Non è, né sarà mai una Natura benevola quella che ci accoglierà, se noi continueremo a ferirla con l’inquinamento e lo sfruttamento scriteriato delle risorse. Basterà una sua spallata per annientarci. Dobbiamo sforzarci a trovare quell’equilibrio infranto due secoli or sono con la Rivoluzione Industriale e che le successive Guerre Mondiali hanno seriamente compromesso.

Resistono ancora pochi ambienti naturali dei quali l’Uomo non ha ancora il pieno dominio. Uno di questi è, appunto, l’Amazzonia, non a caso definita come il polmone della Terra. L’Amazzonia, abitata da una popolazione indigena esigua, minacciata dall’invasione di milioni di senzaterra, di poveri delle favelas, di disperati in cerca di fortuna, di sfruttatori minerari e di grandi capitali. L’Amazzonia, già devastata in molti territori definitivamente perduti, divisa in grandi Stati che ne rivendicano lo sfruttamento e la piena sovranità.

Ebbene, questi stati, Brasile, Bolivia, Perù, Ecuador, Colombia, Venezuela dovrebbero rinunciare alla loro piena sovranità, dovrebbero arrestare ogni tentativo di invasione, ogni sfruttamento del territorio amazzonico. Dovrebbero impedire la deforestazione, l’infiltrazione dei garimpeiros, la costruzione di nuove strade e l’insediamento di nuovi latifondi per l’allevamento del bestiame. In cambio, tutti i paesi più ricchi ed economicamente più avanzati, proprio quelli che maggior vantaggio traggono da questa immane speculazione, dovrebbero elargire a questi stessi stati una compensazione economica pari al potenziale mancato arricchimento di questi causato dalla loro limitata sovranità.

Un do ut des per la salvaguardia di questo fragilissimo equilibrio. Un do ut des che ci arresterebbe, appena in tempo, sull’orlo del baratro.

Forse è utopia  e, come tale, mai potrà essere realizzata. Ma non vedo altro modo per salvare l’Amazzonia.

Non vedo altro modo se non restituire l’Amazzonia a sé stessa, alla sua selvatichezza che ancora sopravvive, alla sua propria naturale sovranità e alla sovranità di quei popoli indigeni che hanno dimostrato di poterci vivere in perfetto equilibrio con l’ambiente.

 

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1 Commento

  1. Rosanna leone

    Articolo di denuncia molto esaustivo, concordo in pieno su tutto!

    Risposta

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