IsoleBianche

Massawa – The remains of a dream

La Guida d’Italia “Possedimenti e Colonie” del Touring Club Italiano , edizione 1929, così descriveva l’approdo a Massaua: “Lo sbarco avviene generalmente al mattino alla banchina situata a NE della città. Uno o più treni attendono presso la Dogana e partono per Asmara circa due ore dopo lo sbarco… Il porto è il più vasto e sicuro del Mar Rosso e di facile accesso, formato dallo specchio d’acqua compreso tra le due isole (Massawa e Taulud) e le due penisole con la bocca segnata dai promontori di Ras Mudùr e Ab del-Càder.”

La mappa di Massaua del 1929

Salpando da Genova o da Napoli un piroscafo impiegava circa 6/7 giorni con tappe ad Alessandria d’Egitto e Port Sudan. Il turista di quei tempi doveva disporre almeno di un mese per viaggiare nella colonia eritrea, contando su alcune carrozzabili appena ultimate, così come sull’ardita ferrovia che in circa 6 ore conduceva ad Asmara, superando un dislivello di ben 2335 metri in 120km di percorso.

Mi piace pensarlo così l’inizio di questo breve viaggio in Eritrea, ricalcando le orme di quei primi turisti che si avventuravano in questa terra antica e, per noi italiani, ancora ignota. Massaua, dunque, l’inizio di un’emozione totalizzante.

Rammento, così ciò che scrisse Ferdinando Martini, il futuro governatore della colonia, appena una quarantina d’anni prima, approdandovi all’alba del 22 aprile 1891: “Massaua è un’isola lunga quasi mille metri e larga oltre trecento… Costruita sopra un banco madreporico che si eleva poco più di sei metri dalle acque, vista dal mare promette una quantità di belle cose; non ne mantiene alcuna a chi vi s’addentra. Edifici in buono stato pochi: il Comando, il nuovo spedale della marina, qualche casetta a Gherar e a Abdel Kader…, palazzi coloniali, enormi masse macchiate di rosso e di grigio, orribili nella tinta e nelle linee… Il resto è un ammasso di tucul lerci e di catapecchie cadenti, alcune di ricchi arabi ornate di graticole e intagli (le mousharabie) non ineleganti, ma vecchi, tarlati, fracidi…

Una città decadente, dunque, che nel 1921 sarà quasi completamente distrutta da due terribili terremoti. Eppure, in appena 5 anni, a partire dal maggio 1923, il Governatore Jacopo Gasparini la ricostruirà interamente, a partire dal porto, con criteri antisismici e seguendo le linee di un moderno piano regolatore; quello che ancora oggi possiamo vedere. Dov’erano casupole malsane vengono costruiti il lungomare Umberto I e le nuove banchine, i magazzini doganali, il palazzo della Banca d’Italia, gli edifici delle compagnie di navigazione, le Poste, l’albergo Savoia destinato a diventare il più importante centro d’incontro della città.

Ha del miracoloso, soprattutto pensando alle disponibilità economiche e alle tecnologie del tempo. E, tuttavia, non mancarono le critiche da parte di certa stampa, perché pur riconoscendo che “La città è risorta con criteri molto opportuni di igiene, di ordine gli architetti hanno spesso sentito il colore locale in funzione più di coreografia che di utilità. E così capita di vedere accanto alle bellissime case Batoc, con verandine di legno a musciarabia e una varietà di ornati quanto mai suggestivi e rispondenti a un preciso scopo, una bruttissima casa con archi e fronzoli di cemento: l’Oriente visto da un architetto floreale…

Forse è vero. Ma la patina del tempo ha spento tutti quei fronzoli che così scandalizzavano critici e detrattori apparendo oggi gli edifici come avvolti in una sorta di sudario che tutto avvolge. A chi viene da Taulud, la prospettiva scenografica della vecchia via Roma si chiude con l’inconfondibile sagoma dell’Hotel Torino come il salotto buono di una villa abbandonata dove i mobili sono tutti coperti da candide lenzuola.

Il vecchio Hotel Torno ancora svetta sullo slargo della Via Roma

Massaua è una città araba, ottomana, declinazione in diverse storpiature del suono “Mitswa” che in lingua tigrigna significa “richiamo”, ma di origini ben più antiche; Strabone e Tolomeo ne scrissero e già nell’891, dominatori gli Arabi, era un importante centro commerciale di schiavi, perle e animali selvaggi.

Con la guida del ‘29 in mano provo a percorrere le strade di Massaua, come un turista del secolo scorso che, appena sbarcato dal piroscafo, s’inoltra nella città, incuriosito, in cerca di un po’ di ristoro dal caldo opprimente, in attesa di ripartire col treno per Asmara tra due ore.

Sono in corso i lavori di ampliamento della banchina d’attracco, ma non posso vederli. Ora un alto muro preclude alla vista tutta l’area portuale. Forse una misura di sicurezza per via della guerra. Forse per celare i danni permanenti alle infrastrutture di un porto bombardato, decaduto, che fatica ancora a ritrovare il prestigio perduto.

La banchina (ai tempi della Colonia era il Corso Umberto I) è fiancheggiata da fabbricati a portici, dove gli archi proiettano dense ombre su muri screpolati, segnati dall’umidità salmastra. Alcune insegne penzolanti su ombrose vetrine e antri socchiusi promettono qualche bar ancora aperto, un negozietto che vende un po’ di tutto, un improbabile night club. Mi colpisce il portone chiuso, d’un blu elettrico sbiadito, sul quale campeggia l’insegna di Hotel, senz’altro nome. Dev’essere la vecchia entrata dell’Albergo Eritreo, poi Savoia, all’epoca della guida il principale ritrovo della città. Anche oggi lo è, questo angolo della banchina dove sempre s’incontrano avventori seduti ai tavolini del bar a sorseggiare Birra Asmara, l’unica che ancora si produce in Eritrea, magari spizzicando un piatto di scirò con berberé.

Le esili colonne della Banca d’Italia
I portici lungo la banchina del porto

Mi affascina questo gioco di archi e di ombre che sembra ripetersi all’infinito in rimandi che mi portano alle imponenti rovine della Banca d’Italia, dove l’architettura liberty di inizio ‘900 si combina con quella di impronta ottomana in un equilibrio ardito e leggero. Ora gli sventramenti delle bombe incorniciano lembi di cielo in una fitta trama di cavi elettrici, di ventole pericolanti con le pale dispiegate come uccelli in volo e di reticoli d’acciaio contorti, corrosi, piegati dalla distruzione. Sui muri i fori dei proiettili disegnano un incubo durato oltre trent’anni, tanti quelli della guerra di liberazione dall’Etiopia; un affresco che è lì come monito, memoria imperitura destinata alla rovina del tempo. Le esili colonne del porticato sembrano sfidarlo, reggendosi su basamenti sfibrati a sollevare ciò che resta del palazzo in un’audace scommessa sul futuro. Di fronte, il fantasma di una vasta piazza deserta con qualche alberello sparuto, logoro, sfinito, memoria d’altri tempi, l’antica P.zza Principe di Piemonte con il monumento divelto; un fantasma, appunto.

Le rovine della Banca d’Italia. Il palazzo fu costruito nel 1920 e completamente distrutto dall’aviazione etiopica nel 1990.

Il fantasma di un sogno, forse. Quello dell’Italia che si cimentò nell’illusoria ambizione da grande potenza, arbitra del destino di popoli sottomessi; quello degli stessi eritrei che, più recentemente, hanno combattuto a lungo per liberarsi dal giogo del dominio etiopico, nell’acquisita consapevolezza della propria identità di popolo.

Oggi non fa caldo, il tempo è uggioso, il cielo basso e grigio. Massawa mi accoglie così, e in questo clima dimesso le rovine mi sembrano ancora più sinistre, una scenografia inquietante di edifici che sono scheletri, le poche insegne appese ad esili fili contorti, lastre di cemento crollate e penzolanti ancora aggrappate all’armatura, i muri bucherellati da evidenti colpi di mitraglia, una musharabia fatiscente.

Esempi di architettura ottomana. Gli ottomani dominarono la città per circa trecento anni.

La battaglia è appena terminata, la città si è liberata e tutto è rimasto così, come trentacinque anni fa, il 10 febbraio 1990, la fotografia di un istante che si perpetua in un futuro che non esiste, le rovine di un sogno, le macerie del riscatto di un intero popolo che ha avuto la forza e il coraggio di conquistarsi la libertà senza aiuti, senza clamori mediatici, in totale solitudine.

Eppure, a ben vedere, a ben guardare, gli edifici si animano a poco a poco, all’approssimarsi della sera, nei pressi del porto, lungo i vicoli dove penzolano file di panni multicolori ad asciugare, nelle piazze che sono spazi di fango rinsecchito dove s’aprono pozzanghere d’acqua putrida in luogo dei pozzi. E vedi le brande lasciate davanti alle porte, perché le notti qui sono solitamente calde e i tuguri delle abitazioni senza luce tolgono il respiro.

Non ci sono porte chiuse, ma tutte sono aperte alla strada, all’occhio indiscreto di chi passa, piccoli scorci di vita a rivelare intimità quotidiane e umili in un brulicare di bambini, donne, ragazzi che vivono alla giornata.

L’antico bazar
Il bazar e, sullo sfondo, una casa Batoc

Non immagino il futuro di questa città, sarebbe impossibile fantasticarci perfino; come rimediare al disastro di una vittoria che assomiglia, piuttosto, ad una drammatica sconfitta? Non c’è rimasto niente di sano in piedi, tutto è andato distrutto e quel poco risparmiato dalle bombe se lo mangia la rovina del tempo, la rovina di un’economia in ginocchio, e quel che vedi, ciò che ammiri dei fronzoli leziosi che adornavano i palazzi dei ricchi mercanti, come la casa di Abu Hamdum, la casa di Mohammed Nahari è il simulacro di un luogo così ricco di storia stratificata nei secoli con le inconfondibili impronte delle civiltà e delle culture che l’hanno nutrita.

Moschea Shaafi – interni
Edificata nell’XI è stata ricostruita più volte

Ed ora è la notte la vera vita, perché quando si fa buio ecco che tutto s’illumina in una fantasmagoria di luci e suoni ad ogni angolo, ad ogni più angusto pertugio che si trasforma in un bar, in un ristorantino, nella cacofonia assordante di musica sparata a tutto volume!

Anch’esso un sogno, un sogno che è speranza, a dispetto di tutto!

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1 Commento

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