IsoleBianche

Leggende della valle nascosta 

Un racconto in 5 capitoli ambientato nella remota valle tibetana di Karma, alle pendici dell’Everest, tra le memorie di Mallory e le prodigiose magie di Guru Rimpoche.

Capitolo I

Osservo i densi vapori che lentamente e senza sosta salgono dal fondo della valle. Il cupo rimbombo di qualche slavina scheggia questa atmosfera ovattata. Dai contrafforti del Chomo Lonzo si staccano pezzi di ghiaccio pensili e precipitano nella sottostante valle di Karma dove scroscia il fiume rinvigorito dal ghiacciaio Kangshung. Sono nel cuore dell’Himalaya, davanti al Makalu, al Chomo Lonzo e sulla mia destra, poco più in là, sfila la catena di cime innevate fino a culminare nella cresta seghettata del Lhotse e dell’Everest. Ma tutto questo per ora lo immagino. Aspetto pazientemente che la natura bizzarra mi riservi questa magica visione, perché per ora le nuvole svolazzano come capricciosi scialli di tulle a ghermire le cime. Dopo due giorni di cammino e dopo avere superato il Shao La, un passo di 4950 metri, che i mandriani della valle di Kharta valicano d’estate con yak e dzo per i pascoli alti, sono qui in attesa che tutta questa fatica, tutto questo lungo viaggio attraverso il Tibet trovi l’appagamento dovuto. Nadrung, la mia guida tibetana, mi incoraggia con la sua pazienza. Per lui un posto vale l’altro e l’attesa fa parte del suo bagaglio culturale. Per i tibetani la vita infatti è una transizione tra fasi di un’energia cosmica di cui non è dato sapere. Meglio pregare allora, snocciolando il rosario dei 108 semi, che tiene quasi sempre in mano, in ogni momento di pausa. Non gli costa nulla, in fin dei conti, nell’attesa per me interminabile, sussurrare le sue salmodie, chiacchierando nel contempo coi due mandriani che ci accompagnano, mentre la natura si prende gioco di me. Ho preparato la macchina fotografica, sono come un cacciatore col fucile puntato sul nulla nella spasmodica attesa di quella frazione di secondo in cui una delle prede decida di forare questo drappo sontuoso e fare capolino tra una nube e l’altra. Potrei mai sperare che tutte queste belle signore mi si rivelino in un sol colpo?

I nostri yak, con il carico di tende e viveri, sono intenti a gustarsi le fresche erbette dei pascoli alti. E i fiori variopinti punteggiano l’altipiano erboso con cuscinetti di azalea montana, cespugli di rododendri, ranuncoli, genziane e tante varietà che ingentiliscono il paesaggio di morene e ghiaccio. A parte noi non c’è nessun altro. È una valle poco battuta dai turisti questa, ben lontana dalle folle che calpestano l’Alto Khumbu, in Nepal, appena al di là dello spartiacque. Se fossi un’aquila, mi dico, sarebbe sufficiente qualche battito d’ali per superare questi crinali scoscesi e planare in Nepal, magari proprio alle falde dell’Ice Fall, sul versante sud est dell’Everest.

La catena del Makalu e del Chomo Lonzo

La catena del Makalu e del Chomo Lonzo

Di tutta questa regione l’Everest è il punto focale al quale convergono le catene ininterrotte delle più alte montagne della terra. Anche quando le nubi lo nascondono alla vista lui è lì, ne percepisci la presenza, una piramide eretta in mezzo all’Himalaya, un’idea fissa piantata nel cervello come un sogno od un incubo. E da quando gli uomini si presero la briga di scoprire che è il monte più alto della terra, l’Everest è diventato la sfida per eccellenza. Semplicemente perché esiste. E dal momento che erano stati i britannici a fare questa scoperta, furono proprio i britannici a sentirsi i primi e gli unici legittimati alla sfida.

Mi chiedo a volte perché mai agli indiani e ai tibetani non sia mai sfiorata nemmeno l’ombra dell’idea di cimentarsi nella conquista di queste vette. In fin dei conti questa è la loro terra. Eppure nessun di loro ha mai preso in considerazione la sfida di scalare le montagne. Hanno cominciato a farlo a seguito degli Europei, da quando i britannici infatti assoldarono i primi sherpa e li addestrarono all’alpinismo.
Gli sherpa scavalcarono gli alti passi dell’Himalaya nel XV secolo per rifugiarsi nella valli del Khumbu e di Langtang e i nomadi perdurano nella tradizione delle transumanze, senza curarsi dei confini naturali e politici tra Cina e Nepal. Non fu e non è mai stata una sfida sportiva la loro, ma la mera necessità di vivere. Centinaia di chilometri più a ovest, migliaia di pellegrini si prostrano in una interminabile circumambulazione del Monte Kailash. Alcuni periscono uccisi dalla quota elevata, altri ritornano sfibrati dallo sforzo di peregrinare anche più volte intorno alla montagna più sacra della terra, il perno sul quale ruota il mondo. Lo fanno perché così adempiono ad un credo che li fa sentire parte del cosmo. Loro non vedono la montagna per quello che è, ma vedono in quella cuspide di roccia e ghiaccio la manifestazione di Dio. Perciò ogni pietra è sacra e ogni scorcio sulla sua forma è uno sguardo su Dio. Noi occidentali invece ci impegniamo in sforzi simili per puro sport. Io stesso mi trovo qui per sport, senz’altra necessità, se non per il piacere di farlo. Quella dell’alpinismo è una pratica che si è evoluta col tempo, a mano a mano che i progressi della scienza scacciavano gli spiriti dalle foreste e dalle montagne lasciandole dimore vuote, soltanto memorie di racconti e leggende.

Nadrung continua a pregare. Snocciola il suo rosario di 108 semi e ogni tanto mi guarda, paziente. L’idea della sfida è solo nostra, forse. Gli orientali cercano l’armonia piuttosto, in tutto ciò che li circonda. Penso che Nadrung veda cose che io non vedo, come se questo paesaggio fosse lo scenario di uno spettacolo di cui io intendo solo la forma, mentre lui l’energia immanente che lo pervade.
Gli accenno al fatto che qui, forse proprio in questo stesso luogo dove ci troviamo ora, Mallory e Bullock si saranno messi ad aspettare che si aprisse il sipario impenetrabile delle nuvole e che, magari, anche loro, come me, avranno fantasticato che ad essere aquile sarebbe tutto più semplice. Come abbiamo fatto noi, del resto, anche loro si spostarono di ben 90 km prima di arrivare fin qui, 90 km a dorso di mulo, perché nel 1921 non avevano automezzi e perché non c’erano nemmeno le strade. Oggi occorre quasi un giorno intero di viaggio per trasferirsi da Rongbuk a Kharta, base di partenza per entrare nella valle di Karma. A quel tempo ci impiegarono quattro giorni, tagliando per il passo Doya La, un altipiano sassoso e desolato battuto dal vento. Ma Nadrung non sembra particolarmente interessato al mio discorso. Accenna un sorriso beato, di compiacenza. Ho il sospetto che il nome di Mallory gli dica poco o nulla. In fin dei conti è trascorso troppo tempo ormai e l’epopea della conquista dell’Everest è nulla più che leggenda, della quale i tibetani ricordano volentieri il loro eroe, lo Sherpa Tenzing Norgay.

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