IsoleBianche

Leggende della Valle Nascosta – VI Capitolo

La piana di Bathang è un alpeggio verde smeraldo intriso di pioggia, dove corrono le marmotte, da una tana all’altra, goffe nelle loro pellicce ispessite dal lungo inverno. È una balconata perfetta che abbraccia in un colpo d’occhio quel tratto di Himalaya che va dalla vetta del Makalu, a oriente, fino alla piramide dell’Everest, a occidente. Il sole freddo del primo mattino accende d’un fuoco abbagliante tutte le altre cime infilate in quel tratto, le guglie del Chomo Lonzo, il Pethangtse, la cresta seghettata del Lhotse Shar, il Lhotse, ridisegnando nel cielo terso l’opera potente già concepita, in un tempo remoto, da un volere imperscrutabile e lontano.

Stiamo guardando la medesima scena io, Mallory e Bullock egualmente increduli ed affascinati, egualmente ignari del profondo senso mistico che possiede un beyul. Ma loro cercano un’altra meta, là, in fondo alla valle, perché il loro modo d’essere concepisce ora quell’unico scopo. E già in cuor loro temono che questa valle sarà un altro tentativo vano. La loro guida tibetana li ha portati qui, seguendo il senso intimo del proprio credo, sulle tracce antiche lasciate dal Maestro Prezioso. Che cosa mai potrebbe significare per lui la pretesa di quegli uomini venuti da un altro pianeta di salire sulle spalle della Dea Chomolangma? Per quell’uomo questa, di Karma, è la Valle Nascosta; per loro, invece, superata la meraviglia del primo stupore, soltanto la dannazione di un altro cul de sac.

Non credo che i due si fermeranno ad ascoltare le voci che salgono ondeggianti dal campo di Rabkar, gli schiocchi secchi, i fischi acuti ed imperativi che incitano gli yak recalcitranti e riottosi. La carovana di pellegrini sale lungo il costone di ginepri e rododendri che porta al lago Tscheu Tso. Li vedo arrampicare festosi, sventolando le bandierine a colori, le donne vestite a festa con la chupa scura stretta in vita dai fermagli d’argento, i bracciali di conchiglia e l’intreccio di appariscenti turchesi ad imbrigliare i lunghi capelli neri. Gli uomini, col volto bruciato dal sole, gli occhi neri a fessura, orgogliosi dei loro cappelli a larghe tese bianchi calati su lunghe trecce corvine, non tradiscono lo sforzo del lungo viaggio, ma camminano spediti, senza incertezze. E i bambini corrono, sfogando la loro esuberanza nel lanciare sassi sul deretano degli animali più pigri.

Nadrung mi precede veloce, felice che io abbia infine abbandonato la via faticosa di Mallory, preferendo seguire il suo invito alla grotta di Padmasambhava. Mentre salgo vedo i miei amici incamminarsi per il sentiero a mezza costa e raggiungere in breve la morena del Kangshung, già perduti nell’immensità.

Il lago riflette un cielo straordinariamente azzurro e nuvole candide galleggiano sulle acque immobili. Al di là della sponda si estendono gli attendamenti dei nomadi della fede. Gli yak sono lasciati liberi al pascolo e maculano di chiazze scure i verdi prati che s’inerpicano sulle pendici di questa conca appartata.

Rallentiamo il passo e Nadrung s’attarda a salutare vecchie conoscenze. Per molti è un appuntamento fisso questo pellegrinaggio, per altri l’esaudire un voto prima di migrare per il Monte Kailash. Le famiglie si raccontano storie e i giovani si pavoneggiano degli ultimi gingilli alla moda. Un radiolone stereo gracchia cacofonie che l’eco amplifica e il vento disperde. Guardo in alto, oltre il campo di sterpaglie, verso la curiosa formazione rocciosa che incombe sull’alpeggio come un gigantesco canino cariato. La base è annerita da una profonda fenditura nera e arcana, appena ingentilita da ghirlande di bandierine votive che ne irretiscono l’ingresso.

– Lassù è il piccolo monastero dedicato a Padmasambhava -, mi esorta Nadrung, presentandomelo come un giardino di delizie.

Il binocolo mi restituisce l’immagine di muretti in pietra, affastellati sull’incerto equilibrio tra il ripido ingresso e la volta avvolgente della caverna. Piccole feritoie si mimetizzano tra le ingiurie del tempo e la roccia. Soltanto la fugace apparizione di qualche indigeno rivela che il luogo non appartiene alla preistoria.

Per il resto lassù è silenzio. 

L’ombra dell’aquila volteggia a ridosso della ripida parete che trasuda acqua. Va e viene silenziosa, allontanandosi in direzione del lago laggiù in basso, un pezzo di cielo incastonato in un catino di ginepri frondosi. Va e viene, vibrando appena le ali ad assecondare il vento.

Nadrung si bagna alla fonte di gelida acqua che spilla dalla roccia, tra teschi di yak dalle corna ricurve. Si bagna i capelli interamente, salmodiando con enfasi discreta e mi strizza l’occhio compiaciuto.

Questa è l’acqua della longevità! – mi sussurra – bevine anche tu, che male non fa-.

Pellegrini salgono e pellegrini scendono, spegnendosi le voci garrule nel ventre dell’antro ombroso. Gradini di pietre malferme ed infangate introducono nel dedalo di muretti a secco che si incastrano a formare un agglomerato in bilico sul precipizio. Facce primordiali fanno capolino tra idee di finestra, mi sorridono, divertite al mio stupore inebetito dall’incredulità e dallo straniamento, perché qui tutto sembra appartenere ad una dimensione senza tempo, immobile e perpetua.

Dappertutto piove acqua. Piove dalle pareti rocciose, piove dal soffitto della volta, piove sul mio corpo straniero, piove sul mormorio di voci profonde e antiche che emergono dal ventre della terra a salutare la gloria di Padmasambhava. E davanti, oltre il lago, l’orizzonte eterno di ghiacciai e rocce dell’Himalaya risplende in una cornice di nubi dorate.

Perché tutta quest’acqua, Nadrung? –

– Eh, qui viene il bello! Hai presente la coppa della vita? – mi fa con aria sorniona, -Ebbene, indovina dove pensò mai di nasconderla, affinché non cadesse in mani malvagie…-.

– Nella grotta, da qualche parte!

– Non semplicemente nella grotta, la nascose proprio dentro la montagna! Per questo la roccia trasuda sempre acqua, l’acqua della lunga vita che alimenta il lago, laggiù -.

– Sarà pure l’acqua della lunga vita, Nadrung, ma se pensassi di vivere qui, anche solo per un mese, mi ritroverei con le mie povere ossa ridotte ad un mucchio di ruggine! –

Nadrung esplode in una risata sonora e gli fanno eco i pellegrini e gli abitanti della grotta.

Il monastero è un antro angusto dentro la grotta, un piccolo tugurio acceso di lampade di burro che irradiano l’immagine di Padmasambhava avvolta in drappi di khata, tra fasci di banconote sgualcite e consunte, foto sbiadite del Dalai Lama, litanie salmodiate da un monaco accovacciato in un angolo. Ogni tanto il monaco si allunga sotto il piccolo pertugio dal quale piove un fascio di luce dal cielo. Legge una pagina ingiallita di preghiere. Nadrung è in piedi con le mani giunte. Stringe tra le dita il rosario dei 108 semi e canta, assorbito nel suono profondo dell’OM, il respiro della mente.

Io chiudo gli occhi e mi lascio andare.

Percepisco il mormorio dell’acqua confondersi con il bisbiglio dei pellegrini, la risata di un bambino, il guaire di un cane, il sussurro del divenire. E vedo volare Padmasambhava con la sua tunica rossa da una montagna all’altra. È un lampo di luce che distrugge le tenebre. Vedo i demoni fuggire impauriti e goffi, schiacciati dal suo potere invincibile. Padmasambhava brandisce il vajra, la folgore sacra, doma la natura riottosa e selvaggia e trasforma gli abissi in un giardino.  Poi contempla il lavoro ben fatto. C’è una pace assoluta. Regna l’armonia del vento, dei colori, della luce, così propizia alla meditazione.

Ora tutto è perfetto e negazione del desiderio.

Così è il suo volere, e il luogo sublime egli nasconde dietro indizi ingannevoli. Gli uomini vedranno l’apparente, ma non ciò che esiste, finché i tempi non saranno propizi. Sorride soddisfatto Padmasambhava, il Maestro Prezioso, colui che è nato dal fiore di loto, lisciandosi i lunghi baffi sottili. Solo così il demone non farà ritorno e i malvagi continueranno a dannarsi per i territori della perdizione.

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