IsoleBianche

I – Iquitos. Distretto di Loreto. Amazzonia peruviana.

Iquitos, quartiere di Belem

Città che si sforza di essere moderna, condannata all’usura del tempo prima ancora di qualsiasi futuro. Sorta dal nulla e nel nulla del secolo scorso, rapidamente arricchitasi e poi subito caduta in rovina, seguendo la parabola iperbolica dell’epopea del caucciù.
Di quell’antico ed effimero sfarzo restano testimoni le facciate decrepite e dirupate di palazzi pretenziosi e di fastose costruzioni, bizzarre materializzazioni delle sfrenate fantasie di avventurieri caucheros arricchitisi sfruttando sudore e fatica di meticci sognatori, sudore e fatica di indios schiavizzati e condannati all’incubo di una nuova civiltà. I sogni di un radioso futuro sono ora sbiaditi quanto i restauri incompiuti di queste rovine di pietra che s’affacciano sul Malecòn Maldonado, lo sgarrupato boulevard lungo il fiume Itaya. Proprio qui, una stravagante fontana a forma di parallelepipedo sembra incorniciare il paesaggio fluviale, ritagliato all’orizzonte. Di giorno è la cornice scialba di un’idea del suo creatore; la sera si anima di luci che gli zampilli d’acqua rilucono in una fantasia cromatica. Al pari, il monumentale Malecòn sfoggia la miseria di una pavimentazione scalcinata e di un parapetto neoclassico sbrecciato qua e là, mentre la notte riconquista lo spazio sfarzoso di un’umanità variegata in cerca di refrigerio e di nuovi incontri.
Umanità multietnica, caraibica, incaica, africana, meticcia, india. Umanità inquieta e vivace aperta al nuovo mondo. Umanità avviata inesorabilmente all’omologazione della civiltà globalizzata, ancora in bilico tra una ruralità fluviale arcaica e la decisa propensione al consumismo neoborghese, sino planetario.

Venditori di gadget sfavillanti e cicalanti ossessive sintonizzazioni acustiche convivono nello spazio soffocato della folla coi funambolici giocolieri di strada, con improvvisati intrattenitori comico caricaturali, tra i redivivi figli dei fiori di terza generazione che smerciano infinite rielaborazioni di collanine ben in mostra su panni rabberciati accanto a tappeti di cromatici magneti da frigo, artigianeria seriale, rudimentali ruote della fortuna cigolanti su mozzi di ruote di biciclette in disuso.
È piacevole sorseggiare pisco sour mentre la folla sciama in una paesana “vasca” perpetua sospinta dalla brezza leggera che soffia dall’orizzonte incupito in bagliori di fuoco. Il Cafè Fitzcarraldo è tappezzato con le locandine disegnate dell’omonimo film di Herzog, dove uno stralunato Klaus Kinski in completo bianco panama richiama alla memoria l’epopea di un mondo svanito nell’oblio.
Alle mie spalle centinaia di motocarrozzette strombazzanti nuvole di gas mefitici vagano senza quiete da un capo all’altro della città. Lungo le stradine che si diramano dalla Plaza de Armas sfavillano di luci colorate e invitanti le sale da gioco dove si consumano facili sogni di vincite improbabili. Batterie di slot machines ruotano infaticabili nel frastuono elettronico speranze più immediate e semplici delle avventurose scorrerie nella selva che un secolo fa allettavano altrettanti disperati disposti a tutto.
Animati ristorantini reclamizzano la dieta di menù vegetariani per chi s’appresta allo sballo delle visioni oniriche dell’Ayahuasca, l’allucinogeno per eccellenza dell’Amazzonia. Pattuglie di turisti nordamericani presidiano instancabili le numerose agenzie che offrono l’emozione della vera e più selvaggia selva in pacchetti all inclusive, con esibizioni di caccia da parte dell’ultima verace tribù di incontaminati indios del Rio delle Amazzoni.
Iquitos è tutto questo e altro ancora.
Di nuovo vivo l’acre odore della selva che ristagna sulle acque del fiume come trent’anni fa. Lo riconosco. Mi basta allontanarmi dalla folla e infilarmi giù per le scalinate che menano alla penombra della sponda selvosa. Il battello fluviale di Fitzcarraldo è un fantasma bianco addormentato che la notte sonnecchia finalmente libero da visitatori desiderosi di vivere le avventurose fantasie dell’esplorazione. Al di là della sua sagoma immobile gracidano le rane della notte in fervidi richiami d’amore, incuranti del mondo di sopra. Basta scendere questi pochi gradini e fissare tappeti di giacinti scivolare lentamente sulle acque.
L’Amazzonia, questo sogno vago di realtà frammentarie e vilipese è qui, tutt’intorno.

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