IsoleBianche

L’Alba del Tempo – Mustang, Nepal

Veloce l’aquila scivola silenziosa, la sua ombra sulle rughe screpolate della montagna.

Lo sguardo segue le pieghe di guglie ardite, si inabissa dentro cavità e profondità imperscrutabili, s’inerpica per pinnacoli bizzarri di ocra e rosso fuoco che le ombre del tramonto ora ritagliano nette. Nel vento che turbina mulinelli di polvere.

La luce abbagliante risuona dei mantra ripetuti nella nenia di voci profonde e arcaiche che sembrano nascere dal ventre stesso della montagna. Mantra che il vento porta lontano, insieme alla polvere e alla memoria.

Leggo il libro della Terra, ne compito ogni singola pietra per ascoltare la sua storia nell’immensità dello spazio, nel dettaglio di ogni venatura di rocce e sassi che spaccandosi rivelano ammoniti. All’alba del Tempo, l’Himalaya di oggi era il fondo del Tetide. E da milioni di anni questa terra partecipa all’anelito della sua elevazione. E lascia segni tangibili del suo percorso instancabile. In qualche modo, la storia di questa umanità che qui vive se n’è fatta interprete attraverso l’ideazione di simboli e rituali che la glorificano e la celebrano.

Mustang…, più che un nome è il suono di una magia, che si rinnova ad ogni incontro. Forse perché è il mantra di un archetipo che ci riporta ai primordi, all’epoca arcaica del mito, alla nascita stessa del mito. È un libro aperto che parla dell’evoluzione della terra. Ogni corrugamento, ogni piega, ogni solco di roccia che si dispiega all’osservatore è parola di questa narrazione senza fine, e dove perfino la mano dell’uomo ha scolpito la sua storia.

Leggo anfratti e cavità come tarli di arenarie e, insieme, rifugi primordiali di antiche genti che qui colonizzarono un territorio vergine, ancora da plasmare con la forza dei venti, del ghiaccio, delle piogge e dell’arsura del sole.

Il mistero delle grotte inaccessibili

Decine di migliaia di anni orsono, il territorio del Mustang era assai differente. Recenti studi geologici e archeologici testimoniano che questo territorio fosse di foreste ricco e di suolo fertile così che il misterioso popolo dei Kirati, di epoca anteriore ai sacri testi dei Veda, le più antiche scritture in sanscrito conosciute, stabilì qui la sua dimora e l’inizio di una civiltà, edificando un sistema complesso di abitazioni e fortilizi scavati nella roccia. Questi insediamenti sono i più antichi di tutta la regione himalayana.

Gli studiosi ritengono che i piani inferiori venissero usati come abitazioni, quelli ad altezza mediana come depositi e quelli più elevati come camere rituali, tutti accessibili tramite gallerie interne. Indubbiamente i Kirati furono partecipi delle profonde trasformazioni del territorio, tra terremoti devastanti, glaciazioni, alluvioni e siccità, scavandosi il Kali Gandaki il suo varco tra le più alte vette dell’Himalaya e così diventando il più profondo canyon del pianeta, stretto tra l’Annapurna e il Dahulagiri.

Debbo quindi pensare, che in epoca remota queste grotte fossero più accessibili o esistessero passaggi che l’azione del vento, le piogge, i sommovimenti tellurici hanno poi sollevato, eroso o distrutto?

Sia come sia, in gran parte di queste grotte sono stati rinvenuti interessanti reperti quali frammenti di utensili per cucinare, punte di frecce, ossa di animali, tutti segni inequivocabili di una vita comunitaria che data alla preistoria. Il mistero mi affascina e non saprei dire, oggi, se mi garberebbe soddisfare la curiosità e la conoscenza con l’illuminazione di nuove scoperte o, piuttosto, lasciare che le nebbie della storia continuino a celare plausibili verità, senza privarmi del piacere di fantasiose quanto sterili elucubrazioni. E, tuttavia, anche così non avrei mai immaginato la sorpresa mia e degli amici Diego e Mario che ci avrebbe serbato un piccolo villaggio a qualche ora di cavallo a nordest di Manthang.

Un’escursione a cavallo si trasforma in un viaggio nel Tempo.

È una radiosa mattina di maggio quando lasciamo Manthang per una escursione a cavallo, diretti a un villaggio della valle del Samdzong khola. Ci interessava scoprire altri fenomeni geologici, formazioni rocciose dai colori interessanti e, quel che più ci premeva, risalire a un Mustang più autentico, integro per certi aspetti, non ancora raggiunto da alcuna pista carrabile, né dalla elettricità. Lapka, la nostra guida, ci aveva, infatti, parlato di Samdzong come di un villaggio remoto.

L’idea poi di andare a cavallo mi elettrizzava, rammentando l’iniziazione da cavallerizzo nel corso del mio primo viaggio. Allora quell’esperienza fu abbastanza traumatica. Sebbene i cavallini di montagna del Mustang siano alquanto più piccoli di stazza e più bassi al garrese, imparare a stare in sella per stretti sentieri a precipizio sul canyon non fu affatto simpatico. Senza considerare che qui si usano dei basti in legno al posto delle normali selle e le staffe sono alquanto provvisorie. Comunque sia, il cavalcare per questi ambienti grandiosi, laddove il terreno non presenti particolari difficoltà, è quanto di più elettrizzante si possa provare, dona il senso di una libertà totale, appagante, nell’immedesimazione con il paesaggio, la luce, il vento.

Avevamo lasciato, quindi, la Piana delle Preghiere a nord della capitale, deviando a destra per risalire una ripida dorsale fino a raggiungere il valico a circa quota 4.070. Si procedeva al passo, nell’ambiente desertico che caratterizza questo territorio dominato da aspre cuspidi sulle quali spuntano i ruderi dei castelli che il Re Ama Pal fece costruire a protezione della città e dei monasteri del nord.

Superata la dorsale, l’ambiente ci accolse nella desolazione di un silenzio di luce, ancora più desertico di quello che avevamo appena lasciato e dove ciò che a uno sguardo sommario potevano scambiarsi per curiose formazioni rocciose di ocra e rosso vermiglio, a ben vedere, s’appalesavano invece come altri ruderi di castella e forse di antichi gompa o di palazzi che ora ritornavano a essere la materia prima con cui erano stati forgiati e plasmati dalla mano dell’uomo.

Ecco, ciò che ancor più mi suggestiona del Mustang; è proprio questa simbiosi onnipresente con il territorio, trasformandosi i manufatti dell’uomo nei primordiali elementi di cui sono composti, dopo il loro abbandono. Lo scorrere dei secoli, mai come in questi luoghi, dona alle velleità degli uomini tutta quella suggestione commovente di un’armonia e di una caducità così nude di qualsivoglia oscena devastazione.

Nel proseguire, ci infilammo in un canyon assai angusto in certi tratti, stretto tra pareti strapiombanti, sempre seguendo il vivace torrente finché all’approssimarci al villaggio, che vedevamo già profilarsi in un ampio slargo, notammo sulla destra una formazione rocciosa, all’apparire abbastanza alta e sinistra, vuoi per il colore grigio terra con striature rossastre, vuoi per alcune caverne ombrose che si spalancavano come spettrali occhiaie alla sommità. Il cavallante che ci accompagnava, nel farvi cenno, cominciò a raccontarci che una recente spedizione di archeologi americani aveva scoperto, proprio in quelle grotte, diversi scheletri oltre a quantità di manufatti, alcuni di gran pregio, persino in oro! Alla nostra incredula sorpresa, rispose che avremmo potuto vederli nel piccolo museo del villaggio.

Ora, tutto mi sarei aspettato fuor che di trovare un museo, seppur piccolo, tra quella manciata di casupole sperdute in una valle remota del Mustang. Ma tanto il cavallante si diede da fare finché si presentò un villico con due ragazze e un mazzo di chiavi per aprici un piccolo capanno in pietra, di recente costruzione, appena oltre le ultime abitazioni, che custodiva questi preziosi reperti. Di sorpresa in sorpresa, entrammo in una saletta grande quanto la costruzione stessa dove la luce filtrava tra le assi del soffitto e la porta spalancata in fasci di polvere sospesa.

Su di una scaffalatura rudimentale e abbastanza sconnessa stavano allineati numerosi sacchetti di plastica coperti di polvere grigia ma nei quali, a ben vedere, potevano scorgersi frammenti di ossa umane, femori, alcuni teschi che ci osservavano con orbite vuote. Alcune sigle, con datazione risalente al 2010, identificavano i vari campioni, forse riferendosi anche alle cavità in cui i reperti erano stati ritrovati. Ma il cavallante era ansioso di farci vedere le cose più preziose, quelle di cui s’era vantato raccontandoci della spedizione americana. Cosicché si mise a rovistare tra le scansie spronando il custode e le ragazze, in un’affannosa ricerca, spostando senza riguardo alcuni teschi e ossa, con buona pace di ogni catalogazione. Nella concitazione un piccolo sacchetto si squarciò liberandone il contenuto. Custode e cavallante esultarono trionfanti! Era proprio quello che volevano mostrarci.

Ora, immaginate che una delle cose più preziose, che magari qualsiasi museo occidentale pagherebbe chissà che, vi venga mostrata sul palmo della mano senza tanti riguardi, una sottile lamina d’oro foggiata a maschera, probabilmente funerea, di una delicatezza da trattenere il respiro, tra la meraviglia e l’ansia per tale valore. Ebbene, il tizio me la consegnò così, il peso di una foglia, le sembianze appena accennate di un volto, il naso affilato di sottile rilievo, le guance a sbalzo e due linee oblunghe, appena accennate, per occhi. Apparteneva alla storia da qualche migliaio di anni, forse il volto stilizzato di un guerriero o di un capo tribù che al nostro sguardo indiscreto si consegnava in tutta la fragilità di una intimità profanata.

La posai sull’impiantito di terra per scattare delle immagini, mentre dal sacchetto fuoriuscivano perline di vetro di vari colori che rotolavano e rimbalzavano tra gli schiamazzi delle ragazze, allarmate per il guaio che stavano combinando. Nell’eccitazione del momento, comparve una seconda maschera, un po’ più piccola e di foggia più rudimentale, frammentata sui bordi e poi degli oggetti che dalla sagoma potevano essere pugnali, bracciali di verde rame, piuttosto rovinati. C’era anche una piccola brocca che doveva risalire al medesimo periodo.

Faticammo non poco a raccogliere le perline di vetro, perché le più piccole si confondevano con il pavimento sabbioso. Io e i miei amici eravamo sbalorditi, increduli e insieme disorientati per lo sconquasso in cui si trovava ora il museo. E non mi capacitavo come gli archeologi della spedizione avessero potuto lasciare lì tutti quei reperti affidandoli alla custodia di gente abbastanza sprovveduta. Ci adoperammo per risistemare il tutto il meglio possibile, mentre il custode raccontava che il materiale esposto proveniva da quelle cavità nella parete rocciosa che avevamo visto prima di entrare nel villaggio. Si trattavano, in realtà, di tombe a pozzetto dove i defunti venivano tumulati calandoli dalla sommità in specie di camere funebri che ora si mostravano in una sezione trasversale, essendo franata la porzione frontale della parete. Secondo le prime ipotesi, potevano risalire fino a tremila anni fa.

Quando poi raccontammo la nostra avventura, rientrati a Manthang, Luigi Fieni ci confermò che da qualche anno si organizzavano delle campagne archeologiche volte a risolvere il mistero delle grotte del Mustang. E in molti altri luoghi erano stati riportati alla luce resti umani e materiale di varie epoche, il che avvalorava l’ipotesi che la Kali Gandaki era una via carovaniera di grande traffico mercantile per il trasporto del sale minerale dalle regioni del Tibet verso l’India. Le carovane poi rientravano dal sud in Tibet cariche di preziose stoffe, manufatti e alimenti. In epoche più recenti le grotte furono utilizzate anche come abitazioni e rifugi, per via delle continue guerre combattute tra i feudi del regno e con il confinante regno del Dolpo.

Rientrato in Italia, ho avuto conferma di quanto avevo visto in un articolo del National Geographic Magazine del 2012. In quel remoto villaggio di Samdzong non avevo, quindi, soltanto ritrovato quel Mustang che portavo nel cuore della mia prima volta, ma il fascino di un vero e proprio viaggio all’inizio della storia di queste contrade.

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