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L’Amazzonia brucia – Psicopatologia dell’ineluttabile

È presto detto! L’Amazzonia continua a bruciare e l’intero Pianeta dà sempre più segni inequivocabili di un irreversibile declino. La politica idiota dei vari irriducibili Bolsonaro persegue l’idea miope di un profitto criminale, in barba ad ogni richiamo al più elementare buon senso.

L’Amazzonia continua a bruciare, quindi, e forse è il caso più eclatante. Ma mai come oggi, e con tale intensità, avvertiamo il senso di assoluta precarietà del nostro più immediato futuro; quasi che la casa in cui abitiamo cominciasse a scricchiolare sinistramente e a evidenziare crepe inquietanti nei muri.

Non esistono eventi salvifici che possano calarci dall’alto come un provvidenziale deus ex machina. Né esiste qualche illuminato che, indicandoci la via, come un nuovo Messia, possa radunarci tutti in un unico grande gregge, ben felice di seguirlo. La coscienza di noi stessi e la consapevolezza di ciò che siamo e del nostro essere nel mondo sono la nostra unica salvezza. Ma anche la nostra dannazione.

La Terra continuerà ad esistere anche quando si sarà sbarazzata finalmente del peso insostenibile del genere umano e di tutte le sue scorie. Questo è certo! E l’Universo nemmeno si accorgerà della nostra estinzione. Questo è altrettanto certo! Noi siamo niente di più di una micro-cellula nell’Infinito, senza nessuna presunzione di valere qualcosa di più.

Nulla di tutto ciò che ci circonda e che noi umani usiamo così sciaguratamente ci appartiene. Ne siamo invece debitori per il solo fatto di esistere. La vera condanna, per il nostro peccato originale, sta proprio nella presunzione di possedere piuttosto che nel sentimento di appartenenza, laddove lo strale biblico “crescete e moltiplicatevi!” è l’imperativo a colonizzare la Terra seguendo l’istinto della predazione. La proprietà in senso lato è, infatti, un furto non tanto nei confronti dei nostri simili, quanto piuttosto verso il pianeta che ci ospita.

Non sono in grado di affermare se il cambiamento climatico sia esclusivamente un processo geologico come quelli succedutisi nelle varie ere, nel corso di milioni di anni, e nelle quali noi umani rappresentiamo un mero accadimento episodico al pari dei dinosauri. Ma è certo che il nostro comportamento irresponsabile è di per sé devastante. Gli spazi vergini, non contaminati, non colonizzati e né sfruttati, se mai esistano ancora da qualche parte, sono funzionali all’ecosistema così come sono, e non rappresentano, sicuramente, territori da saccheggiare per il nostro comodo.

Gli uomini sono responsabili dell’alterazione degli equilibri naturali e lo sono, innanzitutto, per essere troppo numerosi sulla Terra e troppo ingombranti per la sostenibilità del pianeta. Le formiche contano una popolazione stimabile in miliardi di miliardi, ma proviamo ad immaginare cosa accadrebbe se, per qualche magia, assumessero d’improvviso le dimensioni di un cane di mezza taglia… Ecco, in un certo senso, noi umani siamo devastanti quanto lo potrebbero essere le formiche se si trasformassero in cani!

Qualche giorno fa ho assistito ad una conferenza sul cambiamento climatico a conclusione della quale il relatore invitava il pubblico al comportamento responsabile di ognuno perché soltanto se ognuno di noi assumesse questa consapevolezza e agisse di conseguenza, modificando le proprie abitudini alimentari, diminuendo, soprattutto, i consumi all’essenziale, solo così avremmo una qualche possibilità di salvarci.

In pratica, dovremmo adottare lo stile di vita e seguire la saggezza dei popoli indigeni, gli unici esseri umani capaci di vivere in armonia con l’ambiente che li circonda perché credono fermamente di appartenere alla terra dove vivono e gli è estraneo il concetto di possesso. E’ il sentimento a declinare, quindi, la differenza di atteggiamento verso l’ambiente. Non occorre tanto capire, quanto, piuttosto, essere sensibili e prendere soltanto il minimo indispensabile per il nostro sostentamento a condurre un’esistenza sana e dignitosa.

L’Umanità potrà salvarsi soltanto se saprà rinunciare alla cultura del disporre dell’ambiente a proprio uso e consumo, prendendosene invece cura, proprio come il marinaio ha cura della propria nave. Sarebbe insensato, infatti, che il marinaio demolisse la propria nave, sulla quale naviga, per venderne pezzi, ma evidentemente è quello che stiamo facendo.

C’è chi pensa, invece, a colonizzare altri pianeti. Davvero, una mirabile impresa, come lo furono quelle dei grandi esploratori del passato e di tutti coloro che con il coraggio della conoscenza esplorarono e colonizzarono il mondo; ma viene il sospetto che questa nave, nella quale ci troviamo stipati, la diamo ormai per definitivamente perduta e che qualche furbo ci spacci le meraviglie tecnologiche per Progresso e Futuro, quando tutt’al più si sta preparando la fuga di pochi eletti.  Per dove, poi?

C’è chi dice che comunque ce la caveremo, sperimentando nuovi equilibri e imparando a convivere con uragani, siccità, temperature sempre più alte, sovraffollamento e carestie; impareremo, quindi, a vivere nell’Inferno che ci stiamo preparando?

Non ci soffermiamo mai abbastanza sul semplice concetto che la nostra vecchia Terra sia nient’altro che un’astronave inchiodata alla propria orbita insignificante in un Universo inimmaginabile. Basterebbe questo, per comprendere che siamo davvero poca cosa e che dovremmo imparare, piuttosto, a scendere dal piedistallo della nostra supponente presunzione di considerarci ad immagine e somiglianza di un Dio assente.

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