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Perché “L’Amazzonia Interiore”? – L’dea del romanzo.

Anni fa, iniziai a scrivere “L’Amazzonia Interiore” del tutto accidentalmente. Dovevo infatti buttare giù alcune note per un redazionale geografico che illustrasse la proposta di un nuovo itinerario da pubblicare sulla rivista dell’agenzia di viaggi con la quale, all’epoca, collaboravo saltuariamente.

Scrivendo, mi resi subito conto dell’urgente e crescente bisogno di esprimere le esperienze da me vissute in Amazzonia. Così è nata e si è sviluppata l’idea di riassumere e narrare queste esperienze, vissute in compagnia di amici, ma per lo più da solo e in più periodi, tra il 1980 e il 1985, come un’unica storia, seguendo il filo narrativo di un viaggio sul fiume, il Rio Purus, appunto. Più che una dettagliata rievocazione delle navigazioni sui vari fiumi amazzonici, fu quindi la memoria emotiva a condurmi per mano nello sviluppare e scrivere questa storia. Il romanzo venne poi pubblicato nel 1990.

In un certo senso, riprendendo le parole di Jung quando afferma che la nostra vita è la storia di un’autorealizzazione del nostro inconscio, ne “L’Amazzonia Interiore” ho voluto raccontare un aspetto del mio mito personale; le suggestioni, le emozioni si trovano espresse in forma per così dire poetica ed epica che sono la forma ideale in cui, appunto, si manifesta il mito.

L’Amazzonia è uno stadio della mente, contempla e racchiude in sé l’onirico, è imprescindibile da esso. È una manifestazione fisica e tangibile dell’inconscio; ci fa quindi da specchio delle nostre paure e fragilità. È con questa valenza che il viaggio lungo il fiume Purus diventa per così dire, epico. Ho valicato, infatti, i limiti narrativi del reportage dove l’oggettività di ciò che viene raccontato costituisce la verità, pur filtrata dalla sensibilità particolare dello scrittore giornalista. Nella narrativa di viaggio, per come la vedo io, il valore emotivo è preponderante e i personaggi, se pur reali, assumono una veste romanzata. Così come i dialoghi, in luogo delle interviste.

Ciò che ho scritto in questo libro assume una valenza ancora maggiore, oggi come oggi, sia per me stesso, perché, appunto, mi restituisce il mito di un vissuto in età giovanile, ma anche per essere testimonianza storica di una realtà andata per sempre perduta, soprattutto ora se guardiamo a quanto sta accadendo in Amazzonia.

Nel romanzo compaiono personaggi chiave: il caboclo, il missionario, l’agente della FUNAI, il guerrigliero, gli indios, il cercatore d’oro, tutti simboli di un mondo in mutazione, personificazioni delle molteplici sfaccettature, delle contraddizioni e dei conflitti propri del trapasso da una realtà ancora primordiale, e ormai scomparsa, alla realtà del progresso, col suo carico di devastazioni. A distanza di decenni, trovo sorprendente il finale del mio lavoro, proprio per la carica emotiva della sua triste attualità.

L’Amazzonia è l’emblema della Natura profondamente ferita che nel romanzo esprimo nella nostalgia di un’innocenza perduta, anche personale. È un viaggio di iniziazione che parte dalla curiosità e dal desiderio di avventura, attraversa la paura di misurarmi con il mondo ostile, il pericolo e il dolore e si incammina verso una nuova consapevolezza di sé.

L’idea di una riedizione di questo mio primo romanzo è nata a seguito dell’ultimo viaggio che ho intrapreso, con l’amico e regista Ugo Antonelli, nel 2014, per girare un docufilm tra i Matsés, una tribù stanziata in un vasto territorio lungo il Rio Yavarì nella provincia di Loreto, in Perù.

I Matsés furono per la prima volta contattati da missionari evangelici nell’agosto del 1969, l’estate del primo sbarco dell’uomo sulla Luna. Questa strana coincidenza mi ha sempre incuriosito, anche perché si tratta di una delle più recenti e meglio documentate colonizzazioni di una popolazione indigena.

Sappiamo che non tutti i Matsés si sono convertiti al Progresso; alcune famiglie, infatti, vivono ancora come i loro antenati nelle zone più remote della selva, tra Perù e Brasile.

Il popolo Matsés conta circa trentamila anime all’anagrafe, ma dovrebbero essere ancora più numerosi. Da una condizione di vita selvatica, si sono integrati abbastanza celermente, ma soffrono delle contraddizioni di una vita ancora in mezzo al guado tra richiami ancestrali e l’irresistibile fascinazione per la modernità che attira le nuove generazioni.

Come abbiamo anche documentato nel film “Gli Uomini Giaguaro“, i giovani Matsés, sono attirati dalla tecnologia digitale; quasi tutti posseggono un telefonino. Anche se nei villaggi la connessione è ancora impossibile, tuttavia hanno modo di utilizzarli non appena raggiungono Requena o Colonia Angamos, le cittadine più prossime ai loro territori.

Sono proprio le grandi arterie fluviali, dove si svolgono i commerci e dove più velocemente fluiscono le novità del mondo civilizzato, a costituire la minaccia più subdola per l’esistenza delle tradizioni tribali.

La volontà degli indio viene infatti progressivamente minata e corrosa dalla preponderante tentazione di fare il grande “salto” nel nuovo mondo che sempre più da vicino li pressa e li circonda in un abbraccio fatale con le sue illusorie promesse.

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