IsoleBianche

Leggende della Valle Nascosta – V Capitolo

La tenda dei mandriani è un telo di plastica trasparente che loro tendono tra alcuni massi e il palo di sostegno, adattandolo ai capricci del terreno. Non ha chiusure e le intemperie non trovano ostacoli nell’infierire sui loro corpi accucciati, l’uno accanto all’altro, per meglio scaldarsi. I mandriani non hanno riparo alcuno, tranne questo, e nemmeno ne cercano un altro. Davanti all’ingresso piazzano un po’ di legna e frasche che accendono per fare fuoco. È l’unico modo per scaldarsi mentre fanno bollire l’acqua per la zuppa d’orzo e il tsampa in un pentolino abbrustolito. Li puoi sentire perdersi in chiacchiere interminabili, tra colpi di tosse e scaracchi, mentre la notte scende nel pulviscolo di umidità ghiaccia e il fumo denso del fuoco si leva lentamente appesantito dall’aria greve e ferma. 

Raggiungo la loro compagnia insieme a Nadrung e loro, per l’occasione, ravvivano la fiamma. Ci siamo accampati nei pressi del torrente Rabkar che, nel fragore gagliardo della sua breve esistenza, precipita in balzi oltre il confine dei rododendri, dentro il Karma, trecento metri più in basso. Per il resto la notte è bruma, parlottio e sospiri.

Wangdu e Norbu parlano del fatto che il governo cinese imporrà il divieto di tagliare e raccogliere la legna nei boschi dell’Arun. Dicono che è una legge per salvaguardare il fragile ecosistema di queste valli dove si concentra tutta la vegetazione. Ma quelli di Kharta sono preoccupati. Che faranno senza legna? I loro padri e i padri dei loro padri l’hanno sempre raccolta per scaldarsi l’inverno, e il fumo dei rami di ginepro tiene lontano gli spiriti del male.

Loro ci credono agli spiriti del male. E credono anche ai beyul.

– Come ogni tibetano – mi assicura Nadrung.

Eppure, a seconda dei racconti che si tramandano a voce, i beyul mutano luoghi, perdono i confini di una geografia precisa. Anche la valle del Khumbu è un beyul, mi dicono, vi si rifugiò il popolo sherpa. Mi è difficile però considerare il Khumbu un luogo nascosto quando penso alla folla di turisti ed alpinisti che ogni anno vi si inoltra per scalare le montagne. Ma è che mi ostino a dare al termine nascosto un significato che non va oltre l’apparente. In realtà, una cosa nascosta non è detto che sia invisibile agli occhi o al tatto. Ma è pur sempre invisibile nel senso della propria essenza. Uno yogin vede invece questa essenza tramite visioni che sperimenta, oltre i limiti della fisicità, in una esperienza mistica. E allora il beyul è anche qualcos’altro. È un luogo che non è più soltanto fisico, ma appartiene al metafisico. Esiste, eppure siamo incapaci di viverlo, finché non apprendiamo come aprire la mente e il cuore al trascendente.

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Mi fanno notare il fuoco fatuo che sale in esili spire sull’altra sponda del torrente. È un bivacco di pellegrini, mi dice Wangdu, il più ciarliero dei due, probabilmente due o tre famiglie che domani proseguiranno il viaggio per il Tsechu Tsho, il Lago della Longevità.

– E’ il lago sacro a Padmasambhava – continua Nadrung, iniziando a spiegarmi perché il Maestro Prezioso venne in questa valle.

Padmasambhava aveva mostrato agli increduli detrattori la coppa della vita e il re era guarito. Ora doveva portare questa coppa lontano dalle tentazioni di gente ostile ed avida. Voleva conservarla per le generazioni a venire perché ne facessero buon uso e affinché solo i puri di cuore ne conoscessero il segreto.

Narrano che a quel tempo questa valle fosse dimora di demoni. Il cupo rimbombo delle valanghe, lo schianto dei fulmini, il tumulto dei ghiacci in disgelo, erano la voce potente del loro incontrastato potere. Ma il Maestro Prezioso qui volò e vide che la natura nascondeva un paradiso e che questa valle avrebbe potuto essere una buona terra e un ottimo rifugio per coloro che si sarebbero sentiti in pericolo o perseguitati per la fede nelle sue predicazioni. Le montagne si aprirono allora a dimora davanti al volere di colui che era nato dal fiore di loto e i demoni fuggirono, abbandonando la grotta che ancora oggi i pellegrini salgono a venerare sopra il lago sacro. 

– Alla luna piena di luglio – conclude Nadrung, soffiando sulla fiamma indebolita dall’oscurità incombente – si celebra una grande festa in onore del Maestro Prezioso e i pellegrini danzano sulle rive del lago e fanno il giro delle sue sponde cantando e pregando. 

Se ti specchi nell’acqua puoi vedere riflessa l’immagine del tuo futuro! – aggiunge Wangdu con enfasi.

– Sì, sì è proprio vero! – esclama Norbu ridendo.

La zuppa d’orzo è pronta e Wangdu toglie il pentolino fumante dal fuoco. Ora fa proprio freddo. Comincio a prendere in considerazione l’idea di infilarmi nel sacco a pelo. Mi sento di troppo e vorrei lasciarli mangiare in pace. I tibetani sono discreti, preferiscono stare tra loro per queste faccende, come se il convivio marcasse una distanza invalicabile dove l’imbarazzo è la linea invisibile di confine. I mandriani poi, non si sognerebbero di sedere alla medesima mensa con un forestiero. Tra me e loro, al di là dei sorrisi e dell’enigmatico stupore col quale mi guardano, ci separa l’abisso millenario della storia.

I britannici avevano sempre manifestato quella spocchiosa superiorità nel rapporto con i popoli da loro colonizzati e, davanti ad una cultura così complessa ed incomprensibile, si adombravano in una diffidenza a volte ostile. Ci sono cose che possono irritare, è vero, come la gioviale trascuratezza che i tibetani hanno per l’igiene e per l’ambiente nel quale vivono e nel quale non si danno pena di gettare ogni sorta di immondizia, atteggiamento aggravato dalla velocità con la quale essi, ora, cominciano a disporre di quella predisposizione al consumismo che noi occidentali abbiamo elargito per il pianeta. Sarà forse per questo che Mallory parlava del Tibet come di un paese odioso abitato da gente odiosa? Non saprei, ma se ora lo incontrassi qui, non mi stupirei della sua insofferenza per i disagi e le scomodità in un ambiente così ostile, fattori senz’altro irritanti. Lo sentirei lamentarsi perché non è forse la prima regola dell’alpinismo essere comodi il più possibile ed il più a lungo possibile? Un’idea del tutto personale, s’intende!

C’è sempre un salto da superare, un salto buio e freddo ogniqualvolta sei rapito dalla sublime elevazione e bellezza della montagna per poi piombare nella meschinità dei tuoi bisogni di sopravvivenza: gli scarponi freddi ed infangati, i pantaloni fradici, la puzza del sacco a pelo intriso dei tuoi umori, la sporcizia che ti si stratifica sulla pelle, sono tutte privazioni che trasformano un sorriso di imbarazzata compassione per te stesso in una smorfia di insopportabile sofferenza quando ti trovi in alta quota. Occorrono allora una forte abnegazione al senso pratico e la strategia di una costante abitudinarietà per conservare il sublime in noi stessi.

Mi sono coricato nel tepore del sacco a pelo, cullato dal mormorio delle voci dei miei compagni che sfidano ancora la notte, dal fragore del torrente che continua a precipitarsi nell’infinito, dal brusio delle gocce di pioggia che tamburellano il telo della tenda. Ora come allora il tempo qui è immutato, fatto dei medesimi accadimenti, l’essenza di un divenire dove tutto si realizza nella linea perfetta e sublime del nostro proprio respiro.

E mi scopro a sorridere, felice, nel sognare che questa valle e la mia tenda sono un medesimo beyul.

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