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Genocidio in Amazzonia – dal virus Bolsonaro alla pandemia del Coronavirus.

Giungono notizie sempre più allarmanti dall’Amazzonia. La pandemia da Coronavirus si sta diffondendo rapidamente anche in quei territori, mietendo numerose vittime tra gli indios, la popolazione più debole e indifesa; proprio come ai tempi della colonizzazione spagnola e portoghese, quando i primi bianchi introdussero nel bacino amazzonico il vaiolo, la poliomielite, la sifilide e il virus dell’influenza.

Ciò fa il gioco di Jair Bolsonaro, gli facilita il compito. Spiana la strada a un ulteriore incremento delle deforestazioni già devastanti, dal momento che anche le ultime esili resistenze da parte degli indios verrà meno per la loro ormai prossima estinzione. Possiamo, infatti, parlare di un vero e proprio genocidio, anche perché le deportazioni e gli assassinii perpetrati da fazendeiros, garimpeiros, mercenari al soldo delle compagnie minerarie e petrolifere, oltre ai crimini da parte dei cocaleiros per accaparrarsi terreno fertile alla coltivazione della coca, stanno decimando gli indios come già fecero i caucheros, all’epoca della corsa al caucciù, all’inizio del Novecento.  Se nel giro di qualche anno non ci saranno più indios a vivere nella foresta, allora verrà meno una delle principali ragioni etiche e legali per le quali finora si è invocata la protezione e la conservazione del territorio amazzonico.

In una recentissima intervista comparsa sul quotidiano La Repubblica, il giorno 14 maggio scorso, il fotografo di fama internazionale Sebastão Salgado dà sfogo a tutta l’angoscia per il diffondersi della pandemia tra i tribali, anche perché il principale organismo istituzionale del governo brasiliano, la FUNAI, creato decenni orsono per la tutela degli indios e per rappresentare i loro interessi, oggi osteggia qualsiasi attività in loro favore e, anzi, adotta provvedimenti che di fatto legalizzano i titoli di proprietà agli invasori delle terre indigene, facilitando così il contatto ravvicinato dei forestieri, proprio quando si dovrebbe fare il contrario.

Del resto, Jair Bolsonaro, Presidente del Brasile, ha nominato alla guida della FUNAI proprio Marcelo Xavier, un politico che ha sempre collaborato e lavorato al servizio delle grandi proprietà terriere, trasformando questa istituzione in una succursale degli interessi dei latifondisti.

Gli indios non hanno più nessuna tutela e sono del tutto inermi davanti a questa insidiosa calamità pandemica e la FUNAI tradisce definitivamente il suo mandato istituzionale, appunto, con l’adozione della Istrução Normativa n. 9 del 16 aprile e ciò anche scontrandosi con il CIMI, il Conselho Indigenista Misionario che denuncia l’evidente incostituzionalità di questa norma.  La Costituzione Federale del 1988 all’art. 231, infatti, sancisce il diritto degli indigeni a vivere secondo le loro tradizioni e nei loro territori e che tutti i titoli di proprietà reclamati sulle terre originariamente abitate dai tribali sono nulli e non hanno alcun effetto giuridico.

Ad aggravare la situazione incombe l’approvazione definitiva al Congresso della MP 910/2019, la legge voluta da Bolsonaro con la quale si afferma il principio che i territori indigeni sono parte integrante del patrimonio pubblico del governo brasiliano; di fatto un altro attacco mortale, una totale espropriazione dell’Amazzonia, che viene sacrificata ai superiori interessi dello Stato.

La politica di estrema destra che Bolsonaro va affermando sempre più aborre l’esistenza stessa degli indios, per non parlare dell’ecosistema Amazzonia, e attacca tutte le istituzioni private e la Chiesa cattolica che si frappongono ai suoi disegni, denunciandoli come  gruppi religiosi legati alla Teologia della liberazione di matrice marxista e affermando che la politica indigenista delle precedenti amministrazioni socialiste, condotta nel segno di un “assistenzialismo servile” e di un “paternalismo esplicito”, è responsabile dello stato di povertà di questi popoli.  Affermazioni che, con tutta evidenza, testimoniano la volontà di ignorare completamente la diversità culturale, etnica, sociale dei popoli tribali, la loro unicità e fragilità rispetto al resto del Brasile.

Negando agli indios il diritto di esistere si raggiunge lo scopo di eliminare l’unico baluardo difensivo contro l’annientamento del problema Amazzonia e così trasformare il territorio in un effettivo potenziale di ricchezza economica per lo sfruttamento minerario, petrolifero e per l’allevamento intensivo del bestiame, nell’ottica della massimizzazione del profitto, senza alcun riguardo alle problematiche ambientali.

Tutto ciò è una minaccia che non riguarda più soltanto gli indios, ma l’intero pianeta e tutti i popoli della Terra. L’attuale governo brasiliano, capofila di questa politica distruttiva in nome di un miope sovranismo scevro da qualsiasi millantato condizionamento esterno, ha una grave responsabilità davanti al mondo intero. E ciò dovrebbe allarmare seriamente le Nazioni Unite. Perché questa responsabilità ricade anche su tutte le altre Nazioni.  Si dovrebbero così adottare misure efficaci, quali ad esempio l’embargo a danno del Brasile e sensibilizzare i consumatori perché boicottino l’acquisto di beni di provenienza brasiliana al fine di impedire che questo genocidio venga perpetrato impunemente e nell’indifferenza connivente di tutti noi; ciascuno è chiamato a fare la sua parte.

Come già scriveva Claude Levi-Strauss nel suo saggio “Lo Sguardo da Lontano”: “Che una pianta sia ritenuta un essere rispettabile da non raccogliere senza un motivo legittimo e senza aver prima placato il suo spirito con delle offerte; che gli animali cacciati per nutrimento vengano messi, secondo la specie, sotto la protezione di forze soprannaturali che puniscono i cacciatori colpevoli di abuso quando cacciano in eccesso o perché non risparmiano le femmine e i piccoli; che regni, infine, l’idea che gli uomini, gli animali e le piante dispongano di un capitale comune di vita, in modo che ogni abuso commesso a spese di una specie si traduce necessariamente, nella filosofia indigena, in una diminuzione della speranza di vita degli esseri umani stessi, queste sono testimonianze forse ingenue, ma molto efficaci, di un umanesimo saggiamente concepito che non  è fine a se stesso, ma riserva all’uomo un posto ragionevole nella natura invece di insediarvisi come il padrone saccheggiatore, senza riguardo nemmeno per i bisogni e gli interessi più evidenti degli altri uomini che verranno dopo di lui”,

Salgado sostiene che l’unica possibilità per fermare tutto questo sia l’intervento dell’esercito che da sempre, a parere suo, è vicino alle istanze dei tribali molto più della FUNAI, avendo promosso campagne di vaccinazioni e compiuto, in passato, azioni militari contro i trafficanti di coca. Tuttavia, l’esercito non può nulla senza il volere del governo. E, aggiungo io, c’è da dubitare molto che l’esercito possa essere animato da simili sentimenti filantropici.

Quindi: Amazzonia, quale futuro?

E ora, questa domanda possiamo porcela soltanto limitatamente alla situazione amazzonica?

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