IsoleBianche

XVII – Rio Lobo e Rio Matanza

La canoa legata ad un tronco curvato sull’acqua ondeggia alla mercé della corrente. Tutto il nostro mondo è qui, confinato in questi sei metri appena. Tutt’attorno migliaia di chilometri quadrati di selva amazzonica incontaminata, selvaggia. Questa è l’idea che mi affascina. E da questa prospettiva, limitata tra la fitta boscaglia e il fiume, sembra una grande verità. Basterebbe invece osservare il cielo, di tanto in tanto. Alcune scie che sfumano in vapori sottili tradiscono il transito veloce di aviogetti, nel silenzio dello spazio. Troppo in alto e sporadici per impensierire, ma sufficienti a testimoniare che non esiste più alcun luogo bastevolmente remoto da costituire un rifugio sicuro e inaccessibile per chi desiderasse darci un taglio con la civiltà o mantenere quello stile di vita da selvaggio, così rispettoso delle leggi della natura. Penso a quei pochi indios che ancora rifuggono da qualunque contatto con l’uomo bianco e il suo mondo. Ricordo le parole di Roberto e di Sabino, al riguardo, i loro racconti, la notte appena trascorsa.

Ieri sera ci eravamo accampati presso la maloca di Roberto, il fratello maggiore di Armando, una grande costruzione tradizionale, invece della convenzionale capanna a palafitta con tetto in lamiera, ancora incompleta. A Roberto piace vivere isolato con la moglie, lungo il Rio Lobo, lontano dalla propria tribù. I figli approdano qui a trovarlo di tanto in tanto, per dargli una mano nei lavori della chakra e per quelli più pesanti di costruzione della maloca.

Dopo l’intera giornata trascorsa a navigare sotto una pioggia torrenziale, questo luogo mi sembra un paradiso in terra, rigoglioso di frutti e fiori che la rugiada esalta nella policromia riflessa dal sole al tramonto. L’impiantito di terra battuta, al riparo della porzione di tetto già completata, è perfettamente asciutto. Non una goccia filtra tra la fitta trama delle foglie di palma intrecciate. Un posto ideale per accamparsi.

Roberto ci accoglie col volto dipinto di achiote, gli occhi luminosi e vispi che non tradiscono l’età ma, piuttosto, una certa scaltrezza unita ad una buona dose di fierezza indomita. Ostenta una lancia rituale o da caccia perfettamente intagliata nel legno che non ha ancora conosciuto usura di alcun genere. E volentieri si mette in posa per le fotografie di rito, da buon padrone di casa ospitale e gentile.

La sua donna appare d’improvviso, ignuda, nel silenzioso incedere felino a rimarcare l’appartenenza a tradizioni ancestrali con quel volto striato nei segni della tribù e i sottili bastoncini infilati nel naso e ai lati della bocca, a somiglianza dei baffi del giaguaro. La inquadro nel mirino della mia macchina fotografica, il volto in primo piano, gli occhi spenti nella tristezza di una mortificazione senza limiti e senza speranza. E mi colpisce e ammalia l’ipnosi di quella addomesticazione silenziosa, una recita afona per ciò che è inesprimibile: l’inconsapevole certezza di essere un ultimo dei Moicani. E così mi viene da associare quegli occhi alla femminilità dell’Amazzonia vilipesa e sfruttata, ferita a morte, senza più alcun futuro di innocenza, nella rabbia spenta di una prostituzione rassegnata, mentre quelli di Roberto li associo alla fierezza di una Amazzonia maschile che sta al gioco con quel che ha ancora da perdere.

“L’Amazzonia è uomo o donna?”, si sarebbe chiesto Cèsar Calvo Soriano, impigliandosi in una fragorosa risata. Ancora oggi, nel riordinare gli appunti di questo viaggio, non saprei darmi una risposta certa. Ma è altrettanto certo che sarei disposto maggiormente a credere alla velata malinconia della sua femminilità rassegnata, perché non riesco a scorgervi più nulla di quella ferocia così paventata ed esaltata nelle cronache dei primi esploratori, così come narrata nella ipnotica malvagità allucinatoria espressa da un Lope de Aguirre nella “Jornada de Omagua y Dorado”, opera di tale Francisco Vàsquez, durante la spedizione di Francisco de Ursua nel 1560, alla quale il regista Herzog, ancora lui, si è ispirato per l’omonima pellicola Aguirre Furore di Dio, interpretato, nemmeno a dirlo, dal solito stralunato Klaus Kinski.

L’Amazzonia è piena di insidie per chi non la conosce, è vero, ma è come un animale sfiancato e sfibrato che non può più spaventare nessuno, un animale rintanato a leccarsi ferite purulente in attesa del colpo di grazia. E posso ritenermi fortunato io di aver fatto in tempo a partecipare alla sua essenza, per quel tanto che sono riuscito a farlo, e di continuare qui oggi, in questo luogo, nell’illusione di credere che tutto è incontaminato e che questi ultimi Matsés non siano una messa in scena e nemmeno la testimonianza tangibile di una resa, bensì l’innocenza della primitività.

 

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