IsoleBianche

XII – Rio Galves

 

Quasi senza sosta, la gente di Buen Perù viene a trovare Armando in un continuo via vai. Certamente anche la nostra presenza contribuisce a questa animazione. Ma le visite di parenti e amici sono normale routine tra gli indios, nella vivace promiscuità tipica delle famiglie allargate dei popoli tribali, ancora legati a valori famigliari ancestrali. Del resto, questa costumanza può sorprendere soltanto chi, come noi, ormai vive nella frantumazione dei nuclei famigliari, propria delle civiltà post-industrializzate. 

È assai arduo riuscire a capire e ricostruire i legami di parentela tra tutti quelli che frequentano la casa di Armando. Così come mi riesce quasi impossibile immaginare che in una sola maloca potessero, un tempo, convivere fin quasi 150 persone, divise in famiglie.

La maloca era una capanna più o meno grande, di forma ellittica, suddivisa all’interno in spazi definiti da stuoie, che fungevano come separé, ciascuno col proprio fuoco, attorno al quale erano appese le amache. Ognuno di questi spazi delimitava un nucleo famigliare. Questa promiscuità favoriva la coesione della tribù. L’area centrale era di uso comune e vi si svolgevano le riunioni dei guerrieri e degli anziani e le cerimonie che celebravano la buona caccia, il buon raccolto o una qualche vittoria sui nemici. La luce penetrava da fessure sul tetto di foglie intrecciate di palma. Venivano aperte e chiuse all’occorrenza. Vi si accedeva unicamente da un unico ingresso basso e stretto che obbligava a chinarsi per entrare uno alla volta.

Ricordo che tra i Piaroa dell’Orinoco, la grande capanna collettiva aveva forma circolare con un tetto a cupola di grandi dimensioni. Il graticciato che fungeva da basamento per le travi di sostegno veniva completato con fango essiccato misto a paglia. La cupola era poi sostenuta da un palo piantato al centro, attorno al quale gli sciamani celebravano i rituali. Il palo centrale assumeva un significato che trascendeva la sua evidenza pratica nell’immaginaria cosmogonia dei Piaroa per i quali esso costituiva il perno attorno al quale ruotava l’universo della tribù a unire il mondo dei morti con il cielo degli spiriti. È assolutamente fantastico e del tutto sorprendente che una visione simile sia condivisa anche tra le genti del Tibet che celebrano, appunto, la ricorrenza del Saga Dawa, innalzando un gigantesco palo adorno di bandierine votive come perno attorno al quale ruotano il nostro mondo e l’Universo in una relazione mistica tra realtà illusoria e trascendenza.

E ancora, gli Yanomami costruiscono i loro insediamenti, gli shabono, come una grande unica tettoia a pensilina sostenuta da travi e ricoperta con foglie di palma intrecciata che circonda interamente l’ampio spazio comune aperto al cielo. Al riparo della pensilina convivono i nuclei famigliari in settori delimitati, ciascuno ben definito dal proprio focolare attorno al quale sono appese le amache. Lo shabono è un vero fortino chiuso all’esterno per essere meglio difendibile da ogni minaccia. 

Spazio centrale, palo cerimoniale, focolare…, sono tutti elementi di un’architettura primordiale che nell’evolvere delle comunità tribali in popoli e in nazioni assurgono a un ruolo più ampio e definito nelle planimetrie di villaggi e città, codificandosi in leggi, regolamenti e religioni volte tutte al controllo di un’umanità di massa sempre più indefinibile e sfuggente. Natura e istinto sono così sacrificati da un sistema sofisticato sempre più alieno ai sentimenti umani più autentici.

Quando vedo Denis sfruttare le uniche due ore di elettricità consentite dal gruppo elettrogeno per usare il suo pc, attorniato dalla curiosità generale dei ragazzini, incantati davanti alle immagini che si animano sullo schermo, vedo già anche lo sfilacciarsi dei legami ancestrali nella irrefrenabile aspirazione verso il nuovo e l’ignoto che sconfina la barriera angusta di questa foresta. E il domani prossimo, quando anche qui internet sarà pienamente accessibile e senza limiti, questo disgregarsi porterà alla facile illusione di nuovi legami e contatti che travalicano i confini delle nazioni nella globalità di nuovi interessi. Tutto questo è inevitabile ed è giusto che sia così. Sebbene tutto questo sia pur sempre un emblematico “Tristi Tropici”.

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