IsoleBianche

Leggende della Valle Nascosta – IV Capitolo

Padmasambhava era solito spostarsi volando, è molto più comodo, non trovi?- mi sorride Nadrung. – è stato in moltissimi luoghi del Tibet e ovunque ha compiuto miracoli che la gente non dimentica mai di onorare e festeggiare. Comunque lui alla fine volò anche qui in questa valle e cacciò i demoni che la infestavano. –

Avrebbe mai avuto il potere di cacciare anche queste nubi? Potrebbe essere una domanda irriverente e la tengo per me.

Il vento accarezza gli astri svettanti, i ranuncoli graziosi, i cespugli di azalea. Se chiudo gli occhi rivedo il vento riflettersi tra le spighe ancora acerbe, onde verdi di un mare inquieto che scompiglia silenzioso i campi d’orzo giù a Yol e a Yulba. Sembra un tempo remoto. È stato solo due giorni addietro, ma il passo Shao La separa il crinale temporale del presente dall’inconsistenza dei ricordi.

Ora le nubi danzano in un velo di tulle, volano sulle cime dei monti, volano come uccelli bianchi capricciosi, ali che giocano in spirali infinite. Volano come Padmasambhava sui territori liberi da magie e costrizioni, liberi da confini. 

– E cosa venne a fare qui, Padmasambhava? – chiedo a Nadrung.

Abbiamo ripreso a camminare lentamente per avvicinarci alla fronte morenica del ghiacciaio Kangshung che si allunga più in basso. Oltre il confine del visibile, l’Everest chiude l’orizzonte della valle a occidente. So che si trova laggiù, da qualche parte, al di là del velo di nebbia.

Distinguo il tormento dei pinnacoli tra sfasciumi e pietrame. Qua e là scintillano gli occhi turchesi dei laghetti morenici. Le nubi si abbassano ancora e tagliano il paesaggio con una linea netta.

Noi camminiamo sul confine labile dove la luce cede all’oscurità.

Sai, questa valle è un beyul – mi spiega Nadrung.

Ne ho già sentito parlare. So che un beyul è una valle nascosta, un luogo il cui accesso è stato mascherato perché gli indegni e gli impuri non possano entrarvi. Secondo gli antichi testi sacri, i Tantra di Kalachakra, esistono almeno ventuno territori che Padmasambhava rese invisibili per costruire dei ritiri nascosti dove i fedeli potessero rifugiarsi in caso di pericolo. Si trovano tutti a ridosso dell’Himalaya e, in gran parte, sono stati localizzati.

-Padmasambhava lasciò infatti degli indizi e degli scritti per svelare i luoghi e le chiavi d’accesso che celò in grotte ed anfratti. Noi li chiamiamo terma, cioè tesori nascosti-

-Vuoi dire che la valle di Karma, dove siamo ora, era descritta in un terma?

-Beh, è un azzardo dire che fosse proprio descritta, i terma non sono facili da comprendere. Prima di tutto devono essere trovati. Poi vanno interpretati e, per questo, ci sono delle persone dotate di poteri divinatori, le uniche capaci di localizzare un beyul.

Lo guardo perplesso. Osservo che non dovevano poi essere così ben nascosti questi beyul se sono stati scoperti.

– Spesso non vediamo le cose per quello che sono, anche se ce le troviamo sotto al naso. Per questo un segreto o una cosa nascosta, in realtà, sono facilmente svelabili -, ribatte Nadrung.

È la nostra disposizione d’animo, il modo in cui vediamo le cose a fare la differenza. Un beyul esiste innanzitutto perché è un luogo geografico.

Ho fatto un lungo viaggio per arrivare fin qui. Ho utilizzato vari mezzi di trasporto e, da ultimo, passo dopo passo, ho arrancato con la forza della volontà fino al valico per entrare nella valle nascosta. Ho superato il confine che divide il mondo della realtà che conosciamo da quello ignoto della non materia, senza che me ne rendessi conto. Ho eluso completamente le prescrizioni che Padmasambhava dispone per entrarvi in perfetta sintonia, perché le ignoravo e perché i miei sensi erano del tutto assorbiti dalla fatica, dall’inedia, dalla grandiosità dell’ambiente. Questa valle non è una valle qualsiasi, ha qualcosa di speciale. Anche Mallory lo annota nel suo diario parlandone in modo entusiastico alla diletta Ruth. Quando valichi il passo ti si para davanti una visione di incredibile bellezza, stupefacente. Sono rimasto senza parole. Tutta la catena di cime dal Makalu all’Everest supera qualsiasi paesaggio montano che abbia mai veduto finora….

Ho attraversato una foresta di ginepri e rododendri affastellati da liane ed epifite. E mi sono divertito a correre in mezzo a prati fioriti di astri che chiazzano di colore le pendici dei monti. Sono rimasto in estasi per metà del tempo e durante la discesa il mio pensiero si è fissato sulla natura che sta tornando verde. È stato molto interessante vedere tutte quelle montagne innevate, ma non è tutto per me. È più bello vedere il gioioso risveglio della natura, questa è la vera gioia. Anche la neve ha un colore diverso, traslucido. Racchiude nei suoi cristalli il tepore mite del sud, una sensibilità alla dolcezza che ti fa dimenticare il resto del Tibet.  

La sorpresa è ancora più grande perché i due alpinisti non sospettano l’esistenza della valle di Karma. È infatti un caso, una fatalità a condurli qui, dietro le insistenze di una guida locale che anziché portarli verso la testata della valle di Kharta ad ovest, come era in programma, li spinge a valicare il passo Langma La per scendere in direzione sud.

Da tempo remoto, e ancora oggi, gli abitanti di Yol, Yulba o Lhundrubling sono soliti entrare nella valle di Karma per scendere fino all’Arun dove vanno a raccogliere legna. I contrafforti del Makalu sono infatti boscosi e le radure e gli alpeggi una farmacia naturale di piante officinali. Per la guida che accompagna Mallory e Bullock questa è la via più naturale e sicura per arrivare al Chomolagma.

Mallory sulle prime è riottoso. Non capisce, teme un altro contrattempo. I giorni di ozio nel tepore di Kharta l’hanno ritemprato ed ora si sente nuovamente in piena forma. Non vuole perdere altro tempo perché il problema dell’Everest si impone ancora ossessivo. La montagna è l’occasione della sua vita e questa idea di conquistarla, magari in solitaria, lo pervade nell’intimo fino ad essere, finalmente, il suo primo vero ed unico obiettivo. Non può permettersi di tornare in patria senza un risultato, senza almeno un progetto fattibile per il futuro. Ed intanto l’estate avanza. Stagione sbagliata questa, per via dei monsoni che premono da sud, s’infilano nella valle, risalendo il canyon del fiume Arun e scaricano piogge abbondanti. Eppure è proprio questo a fare la differenza. Una vegetazione rigogliosa ai piedi dell’Everest. Il dislivello tra la sommità e lo sbocco è tale che le cime delle montagne sono ancora visibili, mentre il fondovalle precipita in una foresta lussureggiante. Dalle radure di erba grassa dove pascolano gli armenti e fioriscono sassifraghe, genziane e primule Mallory ammira la cima del Makalu e quella dell’Everest distanti appena una decina di km. E questa distanza si riferisce alle cime, non ai massicci montuosi che con i loro contrafforti e precipizi sono molto più vicini, ti sembra quasi di poterli toccare con mano. Un terzo picco spunta in fondo alla valle, un satellite dell’Everest, appena separato da un colle; si tratta del Lhotse. E, al di là del colle, oggi chiamato il Colle Sud, che per primi calpesteranno Hillary e Tenzing trentadue anni più tardi, precipita la seraccata spaventosa dell’Ice Fall.

 

 

Ad un tratto emergono dal basso tre sagome che in breve ci raggiungono: sono giovani ragazze, direi ancora fanciulle, che portano sulle spalle le tipiche gerle cariche di legna. Incuriosite si fermano sorridenti e con modi sbrigativi mi fanno cenno di fotografarle. Le metto in posa per qualche ritratto mentre le nuvole sullo sfondo sembrano diradarsi un poco svelando la cima del Chomo Lonzo. Ad ogni scatto le ragazze sono prese dalla vanitosa frenesia di vedere il loro ritratto e così, sempre in modo brusco ed energico, mi prendono la macchina fotografica affinché mostri loro il monitor digitale. Mi sorprende sempre come la conoscenza della tecnologia di massa raggiunga così velocemente anche gli angoli più remoti del mondo. Questi tibetani continuano a vivere come vivevano i loro antenati, costretti a precorrere decine di chilometri tra impervie montagne per andare a tagliare qualche albero nella valle di Karma al fine di procurarsi la legna da ardere per l’inverno, eppure sanno già, per loro è del tutto normale, che una fotografia la si possa vedere appena scattata. Non c’è più l’imbarazzo o la ritrosia di un tempo nel farsi ritrarre, remore sostituite ora dalla preponderante voglia di vedersi come in uno specchio, immortalati dentro il magico rettangolo elettronico. E poco importa che poi a loro, in definitiva, non rimanga altro che il ricordo di questo effimero momento, che subito svanirà quando ognuno riprenderà la sua strada.

Le ragazze sorridono contente e nell’eccitazione dell’incontro si rimettono in cammino saltando sulle rocce, quasi che il peso che trasportano sulle spalle sia d’improvviso svanito nel nulla. In un attimo sono tre punti che caracollano per l’altipiano diretti senza esitazione verso il Shao La e tutto ritorna d’improvviso nella statica attesa che il vento si porti via le nuvole.  

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