IsoleBianche

X – San Juan – Rio Gàlves

Abbiamo navigato per tutto il giorno. Giorno di pioggia, a tratti insistente. Quando sbarchiamo a San Juan, sul Rio Gàlves, è notte fonda. Notte di luna piena, che gioca dietro i palmizi e illumina l’approdo sul fiume in una suggestione di canti. Voci femminili, voci bianche che da qualche parte si elevano in un’armonia leggera di brezza.

Indovino qualche palafitta, smarrita su di un pianoro gibboso che la luce selenica sembra ampliare in una radura radiosa tra gracidare di rane e il cupo richiamo della rana toro. Le voci vanno e vengono. Seguono gli illuminati sentieri di una funzione religiosa. Anche se non vedo crocefissi ergersi nella benedizione del territorio conquistato alla fede e sottratto alla pagania. Le voci provengono da una costruzione tozza, di muratura approssimata, come tutte le miserande costruzioni dell’America Latina, nell’ombra densa di opera incompiuta.

 

Armando, Denis ed Hector scaricano il materiale e i nostri bagagli che trasportano a spalla su per il fangoso pendio della sponda. Ci sistemeremo tutti in una grande capanna che sembra erigersi a lato della radura. C’è una profonda quiete solenne nel bisbigliare delle nostre guide che a lume di candela allestiscono i mosquitero per la notte, mentre sul focolare le donne di casa preparano la cena. Ne approfitto per gironzolare fuori, ammaliato da questa luna che splende in un tripudio di suoni. Sono le voci della foresta che non dorme mai. Sono voci di fanciulle che ora vanno affievolendosi in un sottile respiro. Laggiù in basso, nell’argenteo barbaglio delle acque del fiume potrei forse sorprendere le tentazioni di qualche bufeo in calore. Cammino lentamente, a imprimere negli occhi la malia di queste luci e ombre, a inalare nei polmoni il profumo dell’aria sospesa nell’incanto dell’attesa, in un momento che in sé racchiude l’eternità; il significato stesso dell’essere qui, del trovarmi in questo istante da consegnare all’eternità. 

 

San Juan. Una manciata di palafitte di legno, sparse attorno a una vasta radura sulla sponda alta del fiume, nel territorio dei Matsés. Un edificio basso in cemento spalanca il porticato di colonne sbrecciate al fiume. L’intonaco dei muri conserva la memoria di tempi migliori, definitivamente trascorsi. Un’animazione vivace di schiamazzi giovanili s’alterna a voci grevi e profonde che amplificano la cacofonia di eco ridondanti tra pareti spoglie e disadorne. Alcuni banchi di legno vissuto e di formica esausta presidiano i tre ambienti che costituiscono la scuola. Bambini e ragazzini in età scolare gironzolano scalzi coi loro zainetti colorati, e sgonfi di libri, che già ho visto appesi in vendita nell’emporio di Donna Consuelo a Colonia Angàmos, mentre tre adulti stanno discutendo il da farsi. Non comprendo se oggi si tiene lezione, anche perché gli scolari vanno e vengono a loro piacimento, senza che alcun insegnante dia loro un freno o li richiami all’ordine.

Ordine è una parola insensata in questo luogo, me ne rendo conto. Almeno nell’accezione che diamo noi occidentali a questo termine. In sé l’Amazzonia e i suoi abitanti seguono un ordine proprio che nulla ha a che vedere col nostro. Stiamo su un altro pianeta, semplicemente. Ed è questo che dovremmo accettare. Senza voler incanalare per forza il tutto, senza l’ostinazione di irreggimentarlo entro gli schemi che non appartengono a questa realtà.

 

Cominciamo dai tetti, ad esempio. Sono quasi tutti in ondulino di lamiera. Avete idea del calore che emanano quando ci picchia il cocente sole equatoriale? Riuscite a immaginarlo?

“Vedi tutti questi tetti in lamiera?”, mi fa Antonio accompagnandomi in giro per il villaggio. “Li portano quelli del Governo, a ogni elezione. Non servono a nulla. Fanno solo un caldo infernale, l’aria non circola. Andavano bene i nostri vecchi tetti in foglie di palma intrecciate. Tenevano benissimo la pioggia ed erano molto più freschi, ma quelli del Governo si fanno belli con questi di lamiera. Si ricordano di noi solo alle elezioni. Come la scuola, in cemento. Si sbriciola ad ogni pioggia torrenziale…”

Antonio è un curandero, uno degli ultimi dell’Amazzonia. Della tribù dei Matsés sono rimasti solo in quattro, ma lui si ritiene il più esperto. Il curandero è una sorta di missione. Non è propriamente uno sciamano, perché Antonio ricorre alle erbe per ogni necessità, lasciando stare gli spiriti e le forze occulte.

Mi mostra una liana sottile come un filo. La chiama itipinga. Ben macerata nell’acqua, cura la malaria. Una manciata di foglie di un’altra pianta, essiccate e filtrate facilitano la digestione. Per non parlare delle varie pozioni buone per ogni disturbo. Mi viene in mente la miriade di barattoli di vetro stipati di vari intrugli in bella esposizione sui banchi del mercato di Belén. Alcuni avevano un colore intrigante. Altri erano piuttosto sinistri, lasciavano trasparire torbide e inquietanti presenze.

“Che cosa ce ne facciamo delle vostre medicine, allora? Sono troppo forti, troppo violente e invasive. E sono troppo costose. Qui non abbiamo soldi, è vero, ma abbiamo tutto quello che ci serve. Basta conoscerla la foresta. Ma i giovani vogliono andarsene. Mandano all’aria tutta la nostra sapienza. Preferiscono andare in città a Iquitos o chissà dove e curarsi con le pillole o in ospedale. Il problema è che siamo rimasti solo in quattro a conoscere le erbe, a sapere come trattarle per ogni tipo di malattia. La verità sai qual è? Che tutto questo patrimonio svanirà con me.”

 

Hector dice che sono anche venuti dei professori dell’Università di Iquitos per studiare le proprietà benefiche di certe piante. Ma Antonio non si dà pace. Allarga le braccia impotente ad abbracciare la sua foresta. Un fremito di brezza scuote le chiome in alto.

Antonio c’è stato a Iquitos. Nientedimeno che all’ospedale per assistere sua figlia, affetta da epatite B. Lei aveva preferito così, piuttosto che affidarsi alle erbe del padre. Riguardo all’avventura di Antonio a Iquitos circolano aneddoti divertenti, che Hector non perde occasione di stimolare per suscitare la nostra curiosità. Come il fatto che non riuscisse più a trovare la via di uscita e si fosse perduto tra i vari piani dell’edificio, proprio lui che potrebbe girare nella giungla ad occhi bendati.

Antonio preferisce raccontare di come, invece, aveva curato di nascosto la signora che si trovava nel letto accanto a quello di sua figlia. Quella soffriva molto per un tumore alla mammella. Era tutta gonfia, sprigionava un siero maleodorante e non reagiva a nessuna cura. Così lui, nottetempo, era finalmente riuscito a lasciare l’ospedale e a tornare nella selva appena fuori città. Aveva raccolto delle erbe, le aveva lavorate come sapeva lui e, di nascosto a professoroni e infermieri, aveva somministrato degli impacchi alla povera donna. Nel giro di una settimana lei era migliorata e in quella successiva i medici la rimandarono a casa, convinti di essere stati loro a fare un buon lavoro.

“Così è coi tetti.”, continua Antonio. “Sono tutti convinti di essere generosi con noi, di farci del bene… In realtà farebbero meglio a lasciarci in pace. Ci danno i fuoribordo per le canoe, ma poi ci vogliono soldi per la gasolina. Montiamo questi tetti, ma poi il vento li solleva via. Fanno caldo e alcuni si convincono a sostituirli col vecchio sistema. Una volta stavamo tutti in un’unica maloca. Tutti insieme. Ma poi i missionari hanno detto che la maloca era malsana e che era più salubre costruire delle palafitte. Così ognuno si è fatto la propria casa e la tribù non vive più unita come un’unica grande famiglia. Ognuno ha preso a pensare per sé… Ci hanno dato la escopeta, ma poi ci vogliono soldi per le cartucce. Tanti soldi per un sol colpo. Se lo sbagli gli animali fuggono via e per quel giorno rimani con le mani in mano…”       

 

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