IsoleBianche

IX – Rio Yavarì: in navigazione.

Ecco di nuovo il fiume!

Il suo ritmo lento, sottile, quella monotonia dolce e molle di sfumature verdi a chiudere l’orizzonte da ogni lato. Nessuna appariscenza, nulla di eclatante, di immediatamente visibile; l’Amazzonia non è spettacolo, è meditazione, trascendenza.

L’occhio deve accostumarsi a leggere i dettagli a poco a poco, deve imparare a estrapolarli dall’insieme caotico come le tessere di un mosaico dal disegno indecifrabile e arcano.

Eccomi di nuovo qui, nella medesima condizione di un tempo sospeso nella memoria.

 

Così scrivevo, una trentina di anni fa, a proposito del viaggiare sul fiume:

Uno stadio della mente. La foresta che scivola davanti ai miei occhi come un film interminabile. Quella foresta che conosco, eppur così nuova. Quella foresta che sento così parte di me, eppure ignota, distante. Trascorre come i pensieri, come le immagini dei ricordi, nella sua muta presenza, ai confini, ai margini della vita. Appena si affaccia alla coscienza, come un sogno, un affascinante sogno multiforme. Verde su verde, alberi che danzano nell’immensità dei secoli, dei millenni, ora qui, sotto questo cielo plumbeo, greve di pioggia, di tempesta. Ci sarà mai una fine a questo viaggio? Ci sarà mai un luogo che possa racchiudere, contenere il senso di tutto? Quel significato che si perde qui, tra i meandri di questi canali, nelle giravolte del fiume, tra le fronde degli alberi per finire nel nulla. O forse è vano cercare perché quel luogo non esiste, perché il senso di tutto sta nel cercare e basta, nel cercare interminabile come questa foresta. Che pulsa di vita, celata tra le pieghe dei suoi segreti.”

 

Sono i dettagli a dare un senso al tutto, i particolari microscopici, le ombre, i suoni, dove l’infinitesimale alimenta la vita dell’acqua, della selva e crea leggende che comprendi nascere da suggestioni arcaiche. Come quella dei delfini rosa.

 

Proprio in questo momento ci accompagna una coppia di delfini per un lungo tratto di navigazione, saltano sull’acqua e sfiatano aria in potenti zampilli per poi svanire nelle profondità. Questi mammiferi amano giocare nelle tranquille anse del fiume, mi dice Hector, ma le indigene li temono assai perché raccontano, tra verità e leggenda, appunto, di venire assalite dagli esemplari maschi eccitati al loro odore. Si narra di canoe rovesciate dai bufeos in calore per possedere le indigene nelle acque profonde e oscure. Si dice anche che siano del pari abili a trasformarsi in giovanotti aitanti che nella confusione delle feste corteggiano le ragazze per poi rapirle. L’unico modo per smascherarli è toglier loro il cappello del quale non possono fare a meno per nascondere il foro di sfiato sulla testa. Di contro, i pescatori che ne catturano le femmine sostengono che nessuna donna le eguaglia in abilità e ardore, apprezzandone la vagina che gli stregoni utilizzano per preparare potenti afrodisiaci.

Per quanto io cerchi di catturarli in un immagine apprezzabile, non riesco a inquadrarli nel mirino della macchina fotografica. I bufeos sembrano prendersi gioco di me, nascondendosi per un tempo infinito e ricomparire all’improvviso dove meno me te li aspetti. Sempre troppo in là per dirsi interessati a noi.

E mi viene da pensare alle parole di Hector.

Queste leggende rivelano la sensualità della luce che si posa delicata sulle acque, la sua complicità quando le fanciulle si attardano a lavare i panni giù al fiume e sono facile preda degli intrighi amorosi.   

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