IsoleBianche

Leggende della Valle Nascosta – III Capitolo

– Io ti parlo di Mallory e tu narrami di Padmasambhava – dico a Nandrung per richiamare la sua attenzione. So che è il suo argomento preferito.

A Rongbuk aveva insistito perché visitassi la grotta nella quale Padmasambhava si fermò a meditare per un mese e tre giorni. Così, tra le rovine del vecchio monastero, quello che le Guardie Rosse rasero al suolo durante la Rivoluzione Culturale, mi sono calato dentro l’angusta grotta, nell’oscurità di quella piccola spelonca. Lasciavo la luminescenza opalina di una giornata uggiosa e le bandiere votive sospese tra la nebbia ed il fragore del torrente Dzakhar che scorre impetuoso, cinquanta metri più in basso. Mi sono calato nel ventre della terra, nell’afflato madido e caldo di tenebra, nel silenzio appena scalfito dai lumi accesi di rancido burro che i pellegrini fanno ardere con devozione.

Che cosa può indurre un uomo a chiudersi dentro il ventre della terra? Quale determinazione può spingere un uomo a trascorrere lunghi periodi della propria vita nella condizione di sepolto vivo? Il silenzio forse, l’assoluto silenzio interiore che separa lo spirito dalla luce fallace ed ingannevole del fuori?

Con la forza della mente, nel silenzio oscuro, l’asceta addomestica il corpo alle privazioni più terribili e piega la volontà brutale e cieca dell’universo, rigenerando l’armonia perduta.

 

-Padmasambhava volò con ali d’uccello dall’India al Tibet. Eravamo nell’VIII secolo quando il re Trisong Detsen chiamò il saggio guru, il Maestro Prezioso per diffondere nel nuovo regno la fede nel buddismo. – inizia a raccontarmi Nadrung – Erano tempi bui, quelli, tempi di lotta e guerre e viaggiare doveva essere molto pericoloso –.

Era il tempo in cui i maghi si combattevano senza esclusione di colpi, brandendo i loro poteri sovrannaturali come armi letali. Il male stagnava tra le valli e tra le montagne e il popolo viveva nel terrore. Gli sciamani Bon praticavano la magia e tutto il Tibet si agitava come l’orchessa ostile che lo teneva in grembo. Una grande orchessa, immensa quanto tutto il Tibet. L’avevo visto raffigurata in un dipinto al museo nazionale di Lhasa, giacere riversa con il viso verso il paese. Era in realtà una grande mappa dove i fiumi tracciavano le vene del mostro, una mappa priva di strade e di città e dove erano disegnati solo i monasteri.

 Nell’immaginario collettivo dei tibetani questi monasteri sono come picchetti che inchiodano il demone. E il Jokhang, è lì a trafiggere il cuore dell’orchessa. È il più antico tempio del Tibet voluto dalla principessa Weng Chen che aveva portato in dote al primo re di Yarlung il dono della geomanzia e la fede nel buddismo. Per edificare il tempio avevano interrato il lago dove ora sorge, nel cuore di Lhasa.

Gli sciamani Bon, però, avevano il controllo della corte e il re Trisong Detsen era loro ostaggio. I nobili di Yarlung non volevano perdere il potere e vedevano nella forza di Padmasambhava l’approssimarsi della fine.

In queste lande desolate spirava il vento della rovina. La luce dell’illuminato penetrava a fatica perché la legge del falso e della superstizione oscurava l’anima del popolo. Gli eremiti si chiudevano nelle anguste grotte e in luoghi ancora più remoti. Cercavano in se stessi la luce che non vedevano fuori perché solo evocando il respiro dell’OM, la sua voce interiore, la vibrazione potente, potevano incontrare il bagliore dell’illuminazione. Fu a Rongbuk che Padmasambhava ordinò i primi discepoli perché divulgassero la verità. Ma la tentazione del male colpì anche il saggio maestro.

Il re stava morendo e gli sciamani Bon accusarono Padmasambhava di maleficio. Ed egli provò la collera per l’ingiustizia, per la falsità perché sapeva che gli sciamani si servivano dell’inganno per aizzare la gente contro di lui. Usavano le arti più subdole, quelle della parola sull’ignoranza per combattere la verità e negarla. Eppure anche lui provò l’umiliazione della debolezza, soffrì per l’ingratitudine e la malvagità, soprattutto per l’ignoranza che crede nella superstizione e presta fede allo sciamano. La collera si impossessò di lui quando fu accusato di uccidere il re con la sua magia. La collera gli tolse la pace e lo precipitò nelle tenebre. Questo fu il peggior sortilegio che dovette affrontare, il demone che dovette combattere con tutte le forze. Aveva mille volti e mille tentacoli. Non apparteneva al tempo e a nessun luogo, perché il mostro era dentro di lui. Riconobbe l’odio, l’ignoranza, la superstizione, la stolidità. Fu una lotta dura e lunga e Padmasambhava si sentì precipitare nel baratro della morte, si vide perduto. Si aggrappò alla roccia, la prima cosa tangibile e non carnale e la sua disperazione fu tale che egli piegò la pietra con le dita delle mani.

E la roccia si sciolse in un plasma malleabile.

– Ecco, puoi vedere tu stesso, qui – mi fa Nadrung illuminando con la torcia una porzione di roccia sulla quale emerge un piccolo rilievo – proprio qui Padmasambhava lottò con se stesso lasciando l’impronta delle dita della mano.

Non ho resistito alla tentazione di sovrapporre le mie a quelle impronte labili, adattandosi la mia mano perfettamente al rilievo. E strinsi chiudendo gli occhi, strinsi nella mano il silenzio del mio respiro.

Che volto avrà mai avuto Padmasambhava?

Lo raffigurano sempre come un monaco assiso alla maniera orientale, con le gambe incrociate su un fiore di loto. Ha due lunghi baffi sottili, il viso largo e sereno, leggermente inclinato il capo in un atteggiamento di celia sottile, gli occhi cristallizzati nella fissità del non tempo, le mani codificate secondo i canoni dei mudra, a reggere il vajra, il simbolo della sacra folgore.  

Forse ebbe la forza di ricordare se stesso. Forse riuscì a vedere dentro di sé il volto dell’impassibilità, il volto di chi ha imparato a vivere oltre il desiderio. A poco a poco lasciò la presa della mano sulla roccia, il respiro profondo ritrovò la vibrazione equilibrata dell’OM e il mostro svanì nelle tenebre dalle quali era venuto. Padmasambhava si mise a cercare allora la luce con il potere della mente e nella luce della mente gli apparve il Buddha della longevità. E il Buddha della longevità gli consegnò la preziosa coppa che racchiude il nettare della vita.

Ancora una volta Padmasambhava aveva lottato e vinto contro i demoni e quando emerse dall’oscurità della grotta la luce di un nuovo giorno splendeva sulla valle di Rongbuk, pacificata da una calma primavera. Il Chomolangma ingentiliva l’orizzonte a sud nel sorriso radioso e beato della dea.

Padmasambhava avrebbe mostrato alle genti del Tibet la coppa della vita e il re Trisong Detsen sarebbe presto guarito dal maleficio che i nemici della luce e della saggezza gli avevano procurato.

– È per questo che vedrai Padmasambhava spesso rappresentato nei thangka e nelle statue con una coppa tra le mani. Quello è il Bodhisattva della Longevità! – conclude Nadrung.

 

 

Quando sono risalito alla luce il vento aveva preso a soffiare con furore di tempesta. Le bandiere votive garrivano nel frastuono di stoffe liberando nel cielo le preghiere scritte ed imperiture. Dall’alto del colle osservai il via vai dei torpedoni carichi di turisti che fanno la spola tra l’accampamento di tende e il campo base, lungo la medesima via che i britannici salirono e discesero nel 1921, con i loro carichi di sogni.

Mallory passò, accennando appena uno sguardo e il monastero di quel tempo non fu nulla più di una semplice nota del suo diario. Lo riconobbi dal cappello a tese larghe di lana, il fisico atletico, perfetto, glorioso e per quel suo passo veloce e scattante che lo spingeva sempre avanti. Lanciava sguardi rapidi e furtivi, ma era capace di memorizzare ogni particolare che poi annotava, con meticolosa costanza e precisione, nei diari e nelle lettere alla moglie Ruth. Quel mattino, nel suo incedere nervoso capivi tutta l’ansia di ricominciare subito.

Avevano fretta gli inglesi, avevano altro a cui pensare, ma l’abate del monastero officiò egualmente secondo il rito, per intercedere con gli spiriti del luogo. E così avrebbe continuato a fare negli anni a venire e, soprattutto, quando accompagnava nel nirvana gli sherpa deceduti che gli spiriti inappagati del male avevano preso a mietere con sadico furore, travolgendoli in valanghe mortali.

Da quel tempo molte cose sono cambiate ed oggi il luogo ha dimenticato le offese degli uomini, le cannonate che distrussero il monastero e il tempo delle sfide. E la voce di Padmasambhava si percepisce appena come un sussurro di brezza.

Oggi gli spiriti del luogo sono fuggiti, cacciati da altri malefici più potenti.

 

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