IsoleBianche

Amazzonia – Quale futuro?

Non abbiamo soluzioni semplici. E nemmeno complicate.
Semplicemente, non esistono soluzioni.
A dispetto di chi ancora pensa che miliardi di alberi piantati in un territorio vasto, quanto l’intera Australia, possano resistere a qualsiasi tipo di aggressione, incendi, tagli indiscriminati, trivellazioni petrolifere, inquinamento atmosferico.
A dispetto di chi insiste nel pensare, contro ogni ragionevole evidenza, che se anche continueremo a disboscare con tale pervicace accanimento, quel che ne rimane basterà e avanzerà per le generazioni a venire.
Nulla è eterno. Men che meno questa foresta più fragile di un negozio di cristalleria di Boemia frequentato da plantigradi.
Noi siamo i plantigradi e per quanto possiamo prestare attenzione a come muoverci, perfino a come respirare, faremo sempre dei danni. È inevitabile. Noi Uomini siamo soltanto capaci di fare danni in questo ambiente. Semplicemente con la nostra presenza, per quanto possa essere discreta. Ma non lo è nemmeno, e mai lo sarà. Inevitabilmente invasiva, inderogabilmente distruttiva.
Quale futuro, allora?
E’ quello che sono andato chiedendomi in quest’ultimo mio viaggio in Amazzonia, tra il popolo Matses, una domanda sempre più insistente a mano a mano che risalivo fiumi, inoltrandomi nella foresta intricata e vergine, quella che dovrebbe essere incontaminata, lontana da ogni luogo civilizzato… Una domanda senza risposte confortanti, a mano a mano che, avanzando in quei territori remoti, i miei occhi registravano la presenza di rifiuti di vario genere impigliati tra i rami che le piene del fiume trasportano dal monte alla foce e la cui consistenza è direttamente proporzionale in prossimità di villaggi o di semplici capanni da caccia. Segno evidente che né a monte, tantomeno a valle esistono più luoghi così remoti da sfuggire all’inesorabile onnipresenza della plastica!
Cosa possiamo fare, allora? Come rimediare a tutto questo?

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